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Posted by on 4 Ago 2016 in Carcere, Primo piano, Rassegna Stampa | 0 comments

Carcere, la riforma nel nome di Margara

Carcere, la riforma nel nome di Margara

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Non è facile dare l’estremo saluto ad Alessandro Margara, che ha chiuso la sua lunga vita a Firenze, nella stessa chiesa dove due anni fa gli fummo vicini in occasione del funerale della sua adorata compagna di vita Nora Beretta. C’è il rischio di essere sopraffatti dalla commozione per l’addio a una persona a cui eravamo molto affezionati. Fino a non molto tempo fa molti di noi ricorrevano a lui per chiedere consiglio, per sciogliere nodi che solo la sua sapienza era in grado di fare. Margara era generoso e non aveva il problema di apparire. Non amava il potere, all’auto blu preferiva la bicicletta. Era però molto autorevole ed era molto amato.

Nel dicembre scorso aprimmo un convegno sulla riforma penitenziaria del 1975 con la presentazione della raccolta di scritti di Margara intitolata “La giustizia e il senso di umanità”; una antologia di quattrocentocinquanta pagine sulle questioni del carcere, degli Opg, delle droghe e sul ruolo della Magistratura di Sorveglianza.

La mia prefazione è intitolata Il cavaliere dell’utopia concreta e ripercorre la sua straordinaria vicenda umana, dedicata alla costruzione di un modello di pena costituzionale e quindi di una galera in cui si realizzi il principio del reinserimento sociale scritto e prescritto dall’art. 27 della Costituzione. La ricchezza del suo pensiero espresso in tanti saggi, articoli, documenti, proposte di legge, “lettere scarlatte”, è davvero impressionante. Scelse lui il titolo e la copertina quando con Corrado Marcetti, Nicola Solimano e Saverio Migliori gli portammo le bozze. Quando gli consegnammo il volume stampato e gli dissi che aveva scritto molto, mi rispose con una sola parola: “Troppo”. La verità è che ha scritto molto e bene in un bell’italiano, comprensibile a tutti, senza nascondersi dietro espressioni gergali. Il suo sapere giuridico era così profondo che lo sapeve rendere in modo apparentemente semplice.

E’ un volume che il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria dovrebbe diffondere in tutte le carceri e farne la base della formazione di tutto il personale.

Sandro Margara ha ricoperto molti ruoli e in tutti ha segnato la sua presenza e il suo passaggio con un’impronta indelebile. Come giudice di sorveglianza è stato un maestro per i suoi colleghi e un mito per i suoi “clienti”, i detenuti che sapevano che c’era un giudice per gli ultimi.

Ricevette la nomina a capo del Dap da parte del ministro Giovanni Maria Flick dopo la tragica e improvvisa scomparsa di Michele Coiro.

Quella nomina rappresentò una svolta simbolicamente rivoluzionaria, e accese davvero la speranza dei detenuti e anche di molti operatori. Il suo licenziamento preteso dal potere sindacale e concesso dalla subalternità della politica dette il segno della restaurazione.

Poi per lui venne la presidenza della Fondazione Michelucci e infine l’incarico di primo Garante delle persone private della libertà della Regione Toscana che lasciò dopo averne precisato i compiti e il ruolo e volle che fossi io il suo successore.

Ho avuto la fortuna di essere vicino, di collaborare e di confrontarmi con Margara per tanti anni e il frutto di questa vicinanza ha prodotto tanti risultati. Voglio ricordare soprattutto la scrittura del Regolamento penitenziario del 2000 e la costruzione del Giardino degli Incontri nel carcere di Sollicciano.

Molti hanno conosciuto e amato l’uomo intelligente, acuto, capace di ironia acuminata accompagnata da coraggio intellettuale e da assoluto rigore morale. La sua intransigenza sui principi non era puramente astratta ma era finalizzata a cambiare le cose.

E’ stato un intellettuale a tutto tondo, curioso e capace di affrontare temi che potevano apparire fuori dal suo orizzonte. Mi piace ricordare che non ha solo polemizzato tante volte sul mensile Fuoriluogo e sulla rubrica del Manifesto contro la legge Fini-Giovanardi ma ha anche scritto il saggio più importante di critica del proibizionismo sulle droghe.

Aveva coniato la definizione del carcere come discarica sociale e aveva l’ansia per la fine dello stato sociale.

Le sue ultime e disincantate domande avanzate al Convegno su “Il carcere al tempo della crisi”, sono lì che ci interrogano. Tutti. Amaramente affermava: ”Forse i progetti sono consentiti solo ai vecchi, che sono gli ultimi giovani (o illusi) rimasti. Non è possibile stare zitti, anche se parlare fosse solo consolatorio”.

Gli Stati Generali dell’esecuzione penale, voluti dal ministro Andrea Orlando, hanno coinvolto tante energie in uno sforzo riformatore condiviso, capace di rieducare il senso comune avvelenato da troppi anni di retorica securitaria e di demagogia degli imprenditori della paura.

Se si vuole la riforma, anche parziale, si dovrà ripartire dalle proposte di Margara, a cominciare dalla affettività in carcere, dall’abolizione dell’ergastolo, almeno quello ostativo, e dalla modifica   del 41bis per evitare almeno le censure per la violazione dei diritti umani.

Margara è stato un riformatore incorreggibile e le disillusioni hanno accentuato una radicalità politica, non la resa. Ci mancherà anche la sua convivialità, il suo amore per la buona cucina e il buon vino.

Nei prossimi mesi finalmente si chiuderà l’Opg di Montelupo per cui tanto si impegnò Sandro Margara e dedicheremo a lui quel sogno che diventa realtà.

Tocca a noi ora essere alla sua altezza e non mollare.

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