Ecco la presentazione dei due curatori.
«E, per quanto riguarda questa richiesta della pena, di come debba essere la pena, un giudizio negativo, in linea di principio, deve essere dato non soltanto per la pena capitale, che istantaneamente, puntualmente, elimina dal consorzio sociale la figura del reo, ma anche nei confronti della pena perpetua: l'ergastolo. Privo com'è di qualsiasi speranza, di qualsiasi prospettiva, di qualsiasi sollecitazione al pentimento e al ritrovamento del soggetto, appare crudele e disumano non meno di quanto lo sia la pena di morte». Così parlava Aldo Moro ai suoi studenti, nella Facoltà di Scienze politiche, a Roma, solo due anni prima di essere sequestrato e ucciso dalle Brigate Rosse.
Nell'Italia di oggi, invece, la pena dell'ergastolo
non sembra fare più scandalo, stretti come siamo tra ossessione per la
sicurezza e risposte giustizialiste. E anzi sembra troppo poco, al
punto da chiedere che il massimo della pena (Mosconi) non abbia più
solo dimensioni quantitative (temporali) diverse, ma anche qualitative,
di particolare afflittività, come lascia intendere la diffusa
invocazione (e la frequente pratica) del 41-bis non più solo come
misura estrema ed eccezionale di isolamento dal mondo esterno di
particolari detenuti affiliati a organizzazioni criminali, ma come loro
ordinaria forma di punizione.
Può apparire stravagante allora che,
in una stagione segnata dal predominio dell'ossessione securitaria, il
primo dei volumi pubblicati dalla Casa editrice Ediesse in
collaborazione con la Società della ragione sia dedicato al tema
dell'ergastolo e alle buone ragioni per la sua abolizione. Non intende
essere un segno di snobismo o di un facile andare controcorrente, ma
indica un impegno coerente e intransigente su battaglie difficili, ma
che sole possono segnare la differenza. Vogliamo partecipare al compito
ineludibile di ricostruire una cultura smarrita. E' una responsabilità
grave e ingiustificata non avere messo come priorità assoluta, dopo la
Liberazione, la riforma del codice penale del 1930, opera del grande
giurista Alfredo Rocco, ma un testo simbolo del regime fascista e
coerente con la sua concezione dello stato etico.
Si è perduta la
grande occasione di riscrivere il patto della convivenza sociale e si è
atteso fino a farsi travolgere da un'ondata giustizialista che ha
seppellito i principi fondamentali di un diritto penale liberale e
garantista che pure in Italia ha avuto padri e maestri, a partire dalla
grande tradizione dell'illuminismo penale.
Come ricordano alcuni dei contributi pubblicati nel volume (Calvi e Gonnella, principalmente), durante il primo governo Prodi, nel 1998, il Senato approvò un disegno di legge per l'abolizione dell'ergastolo, ma troppe prudenze impedirono la conclusione di una proposta che aveva ottenuto un ampio consenso politico.
Salvatore Senese, nella relazione che presentò all'Assemblea di Palazzo Madama a nome della Commissione giustizia (e che, con il consenso dell'Autore, ripubblichiamo integralmente), denunciò il prevalere di elementi di «scissione e lacerazione) ricordando i no all'abolizione motivati in nome della crisi della giustizia. «Insistere per il mantenimento dell'ergastolo significa quasi offrire una sorta di offa ingannevole all'opinione pubblica: l'ergastolo, insomma, come strumento di mascheramento, come strumento di pacificazione momentanea, come placebo».
Quella scelta di civiltà fu sommersa nella palude delle titubanze, dei pregiudizi e della ipocrita distinzione - ancora una volta - fra una riforma accolta e condivisa in via di principio e poi negata per ragioni di opportunità politica. Per altro, nel progetto di nuovo codice penale elaborato in quegli anni dalla Commissione ministeriale presieduta dal professor Carlo Federico Grosso l'abolizione dell'ergastolo era scritta a chiare lettere, essendovi sottolineato che «l'ergastolo è una pena di morte distillata. E' sbagliato dire che è l'equivalente della pena di morte, perchè si perderebbe la distinzione definitiva tra l'essere vivi e il non esserlo più. Però, al tempo stesso, sarebbe sbagliato non cogliere la vicinanza estrema tra la brutalità della pena di morte e la brutalità dell'ergastolo».
Nella legislatura successiva si insediò una nuova commissione per la riforma del Codice penale presieduta dal magistrato Carlo Nordio e nella scorsa legislatura la successiva «Commissione Pisapia» confermò la scelta abolizionista, con il sostegno degli stessi ergastolani, impegnatisi in tutta Italia in una inedita forma di mobilitazione civile, di cui danno conto - in questo libro - Boccia e Gonnella. Lo scioglimento anticipato del Parlamento chiuse anche questa prospettiva e ora sembra abbandonata finanche la strada delle buone intenzioni e delle promesse congeniali alla falsa coscienza.