L'intervento di Mauro Palma, Presidente del Comitato Europeo per la Prevenzione della Tortura.
E’ noto che l’organizzazione spaziale di un luogo sempre riflette una visione delle attività che in esso si intende svolgere e di quelle che effettivamente vi si svolgono, nonché lo schema delle relazioni che in tale luogo si tessono.
Questa affermazione è però ancora più vera quando si tratti di un luogo destinato a costituirsi come uno spazio istituzionale; cioè uno spazio ove si realizza una funzione socialmente pre-determinata e dove chi in esso opera attua il mandato affidatogli dalla comunità esterna. Uno spazio ove le relazioni che vi si stabiliscono si muovono così all’interno di una funzione collettiva definita, programmata e corrispondente alle finalità a essa attribuite. Uno spazio ideologicamente definito.
Scuole, ospedali, luoghi di accoglienza e anche luoghi di detenzione sono appunto spazi di funzione pubblica. Le relazioni e le dinamiche interpersonali che in essi si sviluppano avvengono all’interno di un compito stabilito e sono viste come funzionali al suo raggiungimento. Sono, quindi, parte della concezione che a tale compito attribuisce chi ha decisione su di essi.
Lo spazio entro cui funzioni e relazioni si collocano riflette e determina – rafforzandola o tendendo a modificarla – la visione del compito assegnato e dunque non è mai neutro, bensì denso di significati impliciti ed espliciti che trascendono la mera organizzazione spaziale per rivolgersi sia all’ambito relazionale, sia a quello più direttamente ideologico.
Il rapporto che si stabilisce tra spazio e funzione assume dunque nel caso di spazi pubblici destinati a contenere azioni a cui la società attribuisce particolare valore di costruzione sociale, un significato particolare perché diviene manifesto di una determinata concezione e di una intenzione politica.
Per esempio, le scuole degli inizi del secolo scorso erano contenitori di messaggi verbali e come tali erano strutturate, proponendo una sequenza modulare di aule, ciascuna delle quali aveva forma regolare – sostanzialmente rettangolare – e nessuna articolazione specifica al suo interno; così come non erano previste articolazioni dello spazio complessivo in ambienti differenziati. La scuola “Baretti” descritta da Edmondo De Amicis è essenzialmente “un camerone disadorno” perché destinata a contenere lezioni in cui si trasmettono da parte dell’insegnante nozioni e valori a un pubblico infantile a cui è richiesto di ascoltare e ripetere.
Diventano più articolate nel periodo del razionalismo e, in Italia del fascismo, attraverso la previsione di spazi per l’esercizio fisico, corrispondenti alla visione integrata del corpo e della mente che allora si vuole affermare per giovani destinati a essere anche pronti all’intervento militare.
Diversa la sarà la concezione negli anni del secondo dopoguerra, quando a partire dalla scuola elementare, si proporrà una didattica multipla, con laboratori e luoghi di attività socializzanti comuni, che richiederanno spazi adeguati. Questo modello policentrico e polifunzionale si estenderà negli anni Settanta alle scuole superiori e si avranno sempre più edifici scolastici che fanno ruotare lo spazio ‘intimo’ della lezione attorno a spazi della socializzazione, divenuti ormai centrali. L’edificio scolastico acquista così una funzione e un disegno di agorà che condiziona l’idea stessa del fare scuola e che non cambierà anche quando il dibattito sul sistema d’istruzione e sui modelli pedagogici refluirà. In questo senso lo schema architettonico, ricavato da una determinata concezione, è divenuto elemento di consolidamento di quella stessa concezione da cui è nato.
Del resto lo stesso avviene in altri ambienti collettivi e, per fare un altro esempio, non ci sarà alcune revisione neo-latina della liturgia o del rivolgere o meno le spalle ai fedeli durante la messa che potrà modificare lo schema relazionale che la Chiesa dell’autostrada di Giovanni Michelucci ha determinato e determinerà sui fedeli che la frequentano.
Sempre il luogo fisico, il suo disegno e la sua organizzazione, è conseguenza e motore del mutamento concettuale di ciò che in esso si realizza. Ne è conseguenza perché avviene dopo la riflessione teorica sui significati e le funzioni del suo contenuto; ma ne è anche consolidamento perché dà al mutamento una connotazione fisica, concreta.
La stessa situazione avviene per il luogo della detenzione, anche se con una caratteristica particolare. La caratteristica è la disattenzione – specialmente nei decenni più recenti – al luogo stesso. Visto implicitamente come luogo di mero contenimento, di semplice collocazione di persone da tenere separate dal contesto sociale esterno, esso non genera molto dibattito attorno a sé. La discussione avviene al più sugli standard, sullo spazio vitale, sulla definizione di una sorta di modulor di Le Corbusier applicato alla galera, in cui si valutano le necessità spaziali per i possibili movimenti e si stabiliscono conseguentemente misure minime da rispettare. I tre metri cubi in molti istituti dell’area dell’est europeo – ove si registra la stranezza della cubatura come misura di base, con tutto il rischio di spazi limitatissimi in antichi edifici dai soffitti alti – oppure i 7 metri quadrati per celle singole e i 4 per ciascun detenuto nelle celle multiple, secondo standard a cui i paesi d’Europa devono adeguarsi, ben sperando ovviamente che non si abbiano poi soffitti troppo bassi.
Eppure nel passato c’è stata riflessione sullo spazio detentivo.
Il carcere pre-moderno era sostanzialmente ‘a cortile’, circondato da alte e spesse mura, e il suo disegno, ma anche la sua filosofia, proponeva un mix tra fortezza e monastero. Del resto il carcere, così come noi oggi lo concepiamo, nasce sostanzialmente nel periodo illuministico, quando si fissa la cesura con la precedente tradizione della vendetta e quando il diritto penale diviene lo strumento della punizione regolata, legalmente definita e dotata di misura equa ed ugualitaria. A esso è chiesto di punire, di salvaguardare la società dal pericolo della commissione di nuovi reati e anche di contenere la punizione nei limiti del complessivo rispetto della persona, ancorché colpevole. Esso così viene ad assolvere un doppio ruolo, di natura essenzialmente preventiva: prevenire i delitti e prevenire la pene smisurate e meramente afflittive. Non si pone – come molte volte si è osservato – in continuità con la precedente tradizione della vendetta quasi affidandola alla funzione asettica e non direttamente cruenta dello stato. Al contrario si pone in conflitto con tale esperienza, come cesura irreversibile di tale pratica. Da qui la centralità della segregazione, cioè del tempo negato, come quantum su cui calibrare le pene. Il carcere è così proposto, quasi come equivalente generale in grado di tradurre in tempo segregato la gravità del reato commesso e la responsabilità del committente.
Una caratteristica accomuna i luoghi di pena post-illuministi: la totale visibilità interna e l’altrettanto opacità da e verso l’esterno. Luoghi destinati alla sorveglianza e, quindi, concepiti in modo tale che da uno o più punti sia possibile vedere e controllare le celle, dove i detenuti sono dislocati per la gran parte del tempo quotidiano, e i pochi altri ambienti destinati a funzioni svolte al di fuori di quel ristretto spazio. Ma anche luoghi ove alla totale visibilità interna corrisponde l’invisibilità dall’esterno e l’impossibilità di vedere il mondo al di là del recinto della segregazione.
Così sono stati disegnati, a partire dalla Casa d’ispezione proposta dal fratello di Jeremy Bentham. Questi aveva progettato un edificio particolare: circolare con la residenza dell’ispettore al centro, posto in modo tale da poter sorvegliare cosa avvenisse all’interno di ciascuno degli ambienti che si aprivano lungo la circonferenza. L’originalità del progetto aveva poi spinto il filosofo a proporlo come schema per costruire edifici adibiti a particolari funzioni, quelle di «punire i criminali, incalliti, sorvegliare i pazzi, riformare i viziosi, isolare i sospetti, impiegare gli oziosi»; non solo, ma anche di «mantenere gli indigenti, guarire i malati, istruire quelli che vogliono entrare nei vari settori dell’industria o fornire l’istruzione alle future generazioni».
La sua proposta, espressa in forma di lettera nel 1787, consiste nel prevedere, quindi, un edificio, il Panopticon, il cui scopo è «tanto più perfettamente raggiunto se gli individui che devono essere controllati saranno il più assiduamente possibile sotto gli occhi delle persone che devono controllarli». E’ il paradigma del controllo occhiuto in una società razionalmente disciplinare in cui l’assoluta visibilità – o quanto meno la sensazione di essere sotto continua vigilanza – è condizione essenziale per l’esecuzione della propria funzione regolativa. Non è soltanto una sorta di modello architettonico – a cui pur si rifarà molta progettazione penitenziaria – ma una metafora della stessa funzione punitiva.
Sarà Michel Foucault a evidenziare la teatralità insita nel progetto, a cogliere l’elemento scenico di tante piccole gabbie in cui «ogni attore è solo, perfettamente individualizzato e costantemente visibile»: è quasi un’eco che da queste note ci rinvia alle gabbie del nostro oggi, adottate in luoghi di detenzione strema, come a Guantanamo, dove la visibilità totale è raggiunta con l’abolizione delle stesse pareti che definiscono gli ambienti. Vedere senza interruzione, rovesciando due dei tre capisaldi su cui era organizzata l’antica ‘segreta’: luoghi nascosti, senza luce e di totale chiusura. Non si è più né nascosti né privi della luce; resta il terzo: si è rinchiusi. E ciascuno, rinchiuso, è reso visibile al sorvegliante sicché è la coscienza della propria visibilità ad assicurare il funzionamento del potere: una somma di individualità visibili a chi sorveglia, ma impossibilitate a costruire collettività e, quindi, atomizzate e continuamente de-individualizzate.
In verità il disegno del Panopticon non è stato mai compiutamente attuato; tuttavia ha dato origine a varianti centrate sul suo schema concettuale. Si va dalla struttura radiale che conservano ancora molti dei nostri Istituti, secondo lo schema cosiddetto “pensilavnico” o “filadelfiano” – ideato da John Horward – con una rotonda dove negli anni e nelle situazioni tecnologicamente più avanzate sono stati posti luoghi di controllo e di apertura automatica degli accessi ai vari bracci. Fino alla struttura a croce, volutamente evocativa, utilizzata in paesi nordici, di tradizione protestante, a volte addirittura sovrastata da una croce, a ricordare come non solo si contengano corpi, ma si voglia anche purgare anime.
Una variante che proprio dal Panopticon trae origine è quella a pettine, molto utilizzata nelle costruzioni d’inizio del XX secolo, quando i problemi delle prime lotte sociali posero la necessità di costruire in fretta nuovi posti-letto nei luoghi di detenzione per affrontare l’ondata di arresti conseguenti. Forse a questa tipologia pensa anche qualche nostro commissario straordinario attuale che promette padiglioni tirati su a breve. Qui l’occhiuta osservazione lascia il posto a un sistema a corridoi ciechi con punti di controllo all’inizio dei corridoi stessi, tali da verificare accessi e uscite. Del resto in istituti di questo tipo non erano previste attività e non si poneva, quindi, alcuna necessità di regolare lo svolgersi di una giornata monotonamente centrata sul mero stare in cella. Né sembra che la questione delle attività e dei conseguenti spazi sia al centro dell’attenzione di chi richiede oggi piani edilizi urgenti per mettere brande.
Il modello di Bentham non era distante del resto da analoghe scelte dell’architettura civile che andavano sviluppandosi nell’epoca. Paradossalmente proprio da quelle che ricercavano la possibilità di esprimere spazialmente in un luogo l’unità di funzione che in esso era prevista. E’, per esempio, Claude-Nicolas Ledoux a progettare negli ultimi decenni del XVIII secolo la Casa della Pace, la Casa dell’impiegato, l’organizzazione compatta della città di Cheux, fino all’esperimento progettuale della casa-palla per le guardie campestri. Tutti esperimenti volti a tenere lo spazio compatto, non scenico o teatrale come era stata l’esperienza barocca che si andava chiudendo, ma coeso nel suo essere un mondo in sé. Con scarsa relazione con l’esterno e la funzione di ciascun edificio pubblico stabilita secondo una modalità di auto-definizione istituzionale.
Il carcere benthamiano rientra in tutto ciò aggiungendo a esso la totale visibilità interna e recuperando così una teatralità diversa, quella della totale osservabilità. Ma, questo mondo del continuo vedere può a sua volta essere visto, nel senso di essere indagato, visitato, analizzato? Qual è la sua possibilità di essere osservato dall’esterno, la sua visibilità non fisica, ma concettuale? E quali meccanismi induce nel suo funzionamento la percezione di non poter essere guardato all’interno, ma di poter però essere monitorato, controllato, osservato?
Nelle diverse risposte a questi interrogativi risiede forse il passaggio da istituzioni segregative di mero contenimento e strettamente retributive, la cui finalità è restituire all’autore un male simmetrico a quello prodotto, a istituzioni segregative che individuano una qualche utilità nella propria funzione, ponendosi comunque l’obiettivo di riannodare i fili che la commissione di un reato ha reciso. Le prime hanno desiderio di vedere, ma non hanno necessità di essere viste, le seconde hanno bisogno di sguardi a esse esterni perché è proprio nel rapporto con il ‘fuori’ che realizzano la propria funzione.
Il dibattito sull’osservare i luoghi che non si era abituati a vedere nasce in Europa con il secondo dopoguerra, nella consapevolezza colpevole di quanto non si era voluto vedere nei decenni precedenti e che era sfociato nel più grande dei crimini, il genocidio. Si avvia il dibattito in alcuni paesi d’Europa sulla visibilità e sull’obbligo di vedere e muta anche la tipologia architettonica del luogo della detenzione.
Non ovunque tuttavia, perché parallelamente in altri paesi si sviluppa l’idea del luogo concentrazionario articolato e autosufficiente – un modello alla Goffman che trova soprattutto realizzazione nell’est europeo e – stranamente e simmetricamente – nell’oltreoceano statunitense. Un mondo completo, quindi, ancora una volta non permeabile all’esterno, ma con all’interno non soltanto una funzione occhiuta, bensì una somma di funzioni diverse, quasi a riprodurre con regole autonome e di totale controllo, il mondo esterno. Questa sorta di carcere come complessivo automa autoregolatore è denso di piccoli spazi, corridoi, scale di accesso ad alcune parti per alcuni detenuti e di chiusura per altri. Insomma una sorta di modello disegnato da Maurits Escher, dove gli individui freneticamente salgono e scendono lungo percorsi impossibili.
In altri paesi invece – in primo luogo nel nord Europa – si avviano progetti del tutto nuovi dello spazio detentivo sin a partire dagli anni Cinquanta: maggiori aperture, spazi più ampi, polifunzionalità.
Nell’esperienza italiana il dibattito sulla finalità risocializzante della pena e sulla rispondenza della pena detentiva scontata negli Istituti penitenziari del Paese al dettato costituzionale deve invece attendere gli anni Settanta per trovare un suo sviluppo concreto. Proprio a partire da quegli anni la costruzione di nuovi istituti penitenziari seguirà anche in Italia un modello diverso, quale riflesso delle riforme avviate: in particolare, lingue di corridoi che introducono a padiglioni con maggiori spazi per la cosiddetta socializzazione, spazi comuni. E’ da notare tuttavia che questo nuovo modello comporterà però anche una accentuata distanza tra il luogo della gestione/direzione e quello della detenzione. La palazzina della direzione è sempre più collocata esternamente rispetto a un’area detentiva a cui solo parte del personale ha accesso. Una distanza fisica, questa, che in alcuni casi sarà anticipatrice di una distanza concettuale.
In Italia tuttavia questo percorso verso spazi architettonici più articolati è stato oggetto di scarso dibattito e il suo sviluppo è stata essenzialmente monco. Così come del resto è stata monca l’applicazione della riforma avviata più di trent’anni fa.
Si è interrotto soprattutto perché non si è voluto andare verso l’ipotesi di uno spazio responsabilizzante, dove i soggetti, sebbene reclusi, esprimano soggettività, svolgendo attività e assumendo compiti volti alla gestione del loro presente. Si è mantenuta invece l’idea di uno spazio ‘infantilizzante’, dove al soggetto è richiesto di obbedire a regole e di recepire ordinatamente quanto a lui fornito e proposto: dal luogo, al cibo, all’attività avviata dal volontariato, alla pratica burocratica che scandisce la quotidianità. Tutto è passività, nulla è organizzazione responsabile. Lo spazio è rimasto così, sebbene fisicamente diverso, un mero contenitore muto, pronto a essere riconvertito come recettore di brande e nient’altro , in caso di necessità. Così sta ora avvenendo, sulla spinta dell’urgenza di reperire posti per fronteggiare l’affollamento.
I due aggettivi che ho utilizzato come antitetici sono ‘responsabilizzante’ e ‘infantilizzante’. Indicano due modelli di pensare il carcere e di costruire concettualmente la detenzione che si confrontano nel panorama detentivo europeo. E l’adesione all’uno o all’altro determina una diversa organizzazione degli spazi detentivi e, conseguentemente, differenti scelte architettoniche e progettuali.
L’Italia ha scelto, da sempre, il modello ‘infantilizzante’. Al detenuto non è richiesta una responsabilità durante l’esecuzione penale, che non sia quella del rispetto delle regole interne dell’Istituto e del contribuire al programma trattamentale. Il detenuto riceve vitto e alloggio da parte dell’amministrazione, segue orari definiti dall’amministrazione – cioè da altri – per le proprie incombenze quotidiane, per le attività, il vitto e il riposo; riceve gli elementi di base della propria conduzione vitale seppure minima.
Al termine del periodo di detenzione non avrà più vissuto da tempo un’esperienza diretta di conduzione personale della propria esistenza e si troverà in un mondo di cui riapprendere le regole. La sua esperienza è, in questo senso, ‘re-infantilizzante ‘ perché lo proietta indietro verso l’età infantile, quella del rispetto degli ordini in cambio dell’accudimento. Anche per questioni quotidiane minime deve presentare la cosiddetta “domandina” spesso rivolta alla “signoria vostra”: così si richiede un colloquio prolungato, la partecipazione a un corso, ma anche la possibilità di avere più ricambi di biancheria.
Tutto avviene all’interno di uno spazio che è disegnato, quindi, per essere modularmente ripetitivo, in modo da tenere coesa l’individualità omologata, rappresentata dallo spazio vitale assegnato a ognuno, con la collettività generalizzante che la contiene e che caratterizza di fatto il mondo collegiale che l’Istituto penitenziario simula e ripropone. Lo spazio è funzionale a questa concezione, la riflette e la rende come unica possibilità praticabile nei limiti delle mutue relazioni che legano le sue parti. Non la impone, ma la rende naturale perché è congegnato in modo tale che solo questo tipo di funzione possa esprimersi in esso.
Diversa è la situazione quando l’esecuzione della pena è invece ‘responsabilizzante, come, per esempio, in molti Istituti danesi. Qui il detenuto non riceve nulla dall’amministrazione, se non una paga quotidiana, indipendente dalla retribuzione lavorativa a cui si aggiunge – come avviene nella stragrande maggioranza dei casi – il detenuto ha un lavoro all’interno o all’esterno dell’Istituto.
Con la paga ricevuta settimanalmente egli deve provvedere alle sue necessità, organizzando così la propria spesa nel negozio interno, le proprie economie, le proprie iscrizioni a eventuali attività aggiuntive; il tutto secondo una sorta di schema contrattuale che lega detenuto e amministrazione del carcere, in particolare gli operatori che ne hanno la responsabilità. Questa contratto impegna entrambe le parti e prevede servizi forniti e azioni da svolgere nonché regole da seguire. Il detenuto è così forzato ad assumere responsabilità e, seguendo tale percorso, prepara così il suo ritorno nella società.
Naturalmente questo comporta una diversa organizzazione spaziale: il carcere è diviso in una sorta di ‘isole’ abitative, ognuna delle quali prevede porte aperte al suo interno, luoghi di socializzazione, stanze per le attività ludiche, servizi e celle. Naturalmente prevede anche le cucine, utilizzate dai detenuti per preparare i propri pasti ed eventualmente organizzare cene e incontri con altri detenuti della stessa unità. Nelle cucine – la cosa può meravigliare – sono disponibili buoni coltelli. Il tutto è affidato alla auto-disciplina del gruppo, a quella capacità di autoregolamentazione che ciascun detenuto deve via via acquisire attraverso la responsabilizzazione e l’interazione con gli altri.
Gli spazi sono mossi, variegati secondo le funzioni: accanto alle unità più propriamente abitative –quelle sopra menzionate – si aggiungono altre unità a esse esterne: quelle per il lavoro o per altre attività, quelle delle visite familiari e, in particolare, le unità per l’affettività, mantenute in ordine e pulizia dai detenuti che le utilizzano. I turni stessi sono autoregolamentati.
Il sistema propone così un programma di fatto trattamentale, senza tuttavia alcuna predisposizione di un ‘piano trattamentale’ così come avviene invece nel sistema che ho precedentemente chiamato ‘infantilizzante’. Non si tratta di fare piani definiti individualmente, si tratta piuttosto di seguire un percorso dando i necessari sostegni o riportando al rispetto del contratto inizialmente stipulato.
Al di là comunque del dibattito sull’efficacia di questo sistema per il raggiungimento degli obiettivi risocializzanti della detenzione e per ridurre la recidiva – che pure è un parametro importante – è evidente che l’adozione di questo modello ha effetti determinanti sull’organizzazione degli spazi nel compound dell’Istituto: sia nella previsione e dislocazione dei vari padiglioni, sia nella distribuzione degli ambienti all’interno di ciascuno di essi. Porta a pensare l’architettura carceraria in un modo diverso e più articolato.
Quello che comunque non è possibile è invece la non adozione di alcun modello e il perseguimento di piani edilizi – sia di nuovi Istituti, sia di riconversione dell’esistente – senza alcuna parallela riflessione su cosa si voglia realizzare nello spazio che si sta definendo e progettando. Anche perché lo spazio che poi concretamente si realizzerà non sarà mai neutrale: al contrario esprimerà sempre un pensiero, anche quello meno esplicitato, e tale pensiero lo renderà inidoneo a funzioni diverse. In qualche modo condizionerà concretamente la pena nel suo svolgersi ben di più di molte acute elaborazioni teoriche.