Le cattive pratiche fra passato e futuro

di cesare burdese | Data: 16/06/2009

L'intervento di Cesare Burdese, architetto. Web www.cesareburdese.it 

Permettetemi di introdurre l’argomento che devo trattare con un accenno autobiografico.
Le cose che sto  per dirVi scaturiscono dalle mie “frequentazioni carcerarie” a partire dal 1986 e rappresentano l’idea che mi sono fatto, in generale, dell’edilizia carceraria del nostro Paese.
Attraverso lo studio, la ricerca e l’insegnamento universitario sulla materia, la partecipazione ai lavori delle commissioni carcerarie regionale e comunale del Piemonte e di Torino, i rapporti con l’Amministrazione Penitenziaria, anche nell’ambito della mia attività professionale di architetto, ho potuto conoscere le problematiche e gli aspetti critici del carcere costruito, una realtà in effetti poco conosciuta, non facile da avvicinare e difficoltosa da frequentare.
Nello spirito  interlocutorio  di questo seminario intendo pertanto porre all’attenzione di tutti Voi alcune criticità di quella realtà.
Passo pertanto ad illustrare i contenuti della mia relazione.
Innanzi tutto va detto che la tipologia carceraria non è tra gli argomenti del dibattito architettonico del nostro Paese; sporadici a proposito sono stati i contributi teorici e pratici nel corso di  questo  ultimo trentennio da parte degli architetti.
 Ricordo i più   significativi  ed autorevoli : Guido Canella, Sergio Lenci e Giovanni Michelucci, tre architetti che, ciascuno a modo loro,  hanno saputo impegnarsi sul tema dell’architettura carceraria e del suo rapporto con la città, lasciandoci in eredità  una lezione preziosa ed utile per proseguire nel percorso avviato.
Anche la produzione editoriale nazionale sull’argomento segue lo stesso destino, a differenza invece di quanto succede nei paesi più progrediti del mondo; non esistono pubblicazioni recenti sull’architettura carceraria in lingua italiana, le principali riviste italiane di Architettura dal dopoguerra ad oggi hanno pubblicato meno che raramente progetti di carceri; a proposito ho avuto occasione di chiedere, ad alcuni direttori delle più prestigiose tra queste riviste, perché non pubblicassero i carceri; la risposta è stata che non ritenevano che i carceri realizzati avessero i requisiti per essere pubblicati.
Un altro aspetto del problema che va considerato è il fatto che il carcere nelle nostre scuole di Architettura non viene insegnato, se non in modo estemporaneo ed episodico; sono a questo proposito obbligato mio malgrado, dopo aver riferito della didattica svolta negli anni ‘70 al Politecnico di Milano da Ernesto Nathan Rogers e di qualche iniziativa isolata qua e la per la penisola,  ancora una volta a citarmi riferendo della mia attività didattica insieme all’amico Ugo Mesturino,  presso la facoltà di Architettura del Politecnico di Torino svolta sul finire degli anni ’90 ed i primi anni 2000 e delle tesi di laurea sull’argomento – anche di laureandi provenienti da altre regioni d’Italia - che ho seguito ed ancora seguo. 
Il mondo accademico negli anni non ha saputo rendere sistematica la ricerca e l’insegnamento su tale argomento, assumendo a volte a riguardo atteggiamenti addirittura di rifiuto ed incomprensibile discriminazione; sono portato ad affermare, a proposito, che nelle facoltà di Architettura e di Ingegneria al carcere non si attribuisce il rango che si attribuisce ad analoghe strutture di pubblica utilità come l’ospedale, la scuola, la casa di riposo per anziani e quanto altro; ricordo come durante la discussione di una tesi di laurea in architettura sul carcere, in una improbabile e discutibile graduatoria di valori delle tipologie edilizie pubbliche in quella occasione stilata da un autorevole membro della commissione, al carcere fu assegnata, con mio grande stupore, l’ultima posizione.
Ma uno dei motivi principali che contribuiscono a fare dell’edilizia carceraria  un mondo sconosciuto ed isolato, è sicuramente quello che vede la progettazione carceraria estromessa dal circuito del libero mercato della progettazione, in quanto oggi più che mai in carico agli uffici tecnici ministeriali ed ai cartelli delle imprese di costruzione.
A questo proposito rammento che la progettazione di nuovi istituti penitenziari compete al Ministero delle Infrastrutture, mentre l’Ufficio Tecnico Edilizia Penitenziaria e residenziale di servizio ubicata presso il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria a Roma, si occupa della manutenzione straordinaria, delle ristrutturazioni e dei restauri degli immobili demaniali dell’Amministrazione Penitenziaria con importi delle opere generalmente superiori a € 200.000,00 (ovvero il limite dei lavori in economia), gestendo tutte le fasi del procedimento tecnico-amministrativo, incluse quindi progettazione, direzione lavori e collaudo, ma grazie anche all’Ufficio gare tutte le fasi dell’appalto, ossia bando, procedure di gara e affidamento.
Di recente nell’attività dell’Ufficio sono incluse le realizzazioni dei nuovi padiglioni all’interno degli istituti penitenziari esistenti, secondo le disposizioni del programma straordinario elaborato dal Capo     Dipartimento  e Commissario Straordinario.
 Ricordo che in Italia la progettazione e la realizzazione del carcere è soggetta alla normativa che disciplina le Opere pubbliche; come più volte ho avuto modo di sottolineare, - si veda a proposito in particolare il mio intervento nel seminario “Architettura e carcere: gli spazi della pena e la città” pubblicato su La Nuova Città – n.2/3 maggio/dicembre 1998 - , ritengo che questa norma sacrifichi irrimediabilmente il ruolo del progettista inteso come portatore di valori culturali; secondo l’uso che si è fatto ultimamente della procedura della “concessione di costruzione” per la realizzazione degli istituti penitenziari, che prevede l’affidamento della progettazione, della costruzione e di ogni altra incombenza a gruppi di imprese, l’unico criterio ammissibile diviene sostanzialmente quello dell’economicità dell’opera da realizzare.
Queste pratiche determinano a mio parere un impoverimento sul piano concettuale delle realizzazioni edilizie, che per il carcere si amplia a dismisura sino a divenirne norma.
Questi in sintesi ritengo possano essere gli elementi negativi che configurano il contesto culturale architettonico nel quale il nostro paese si ritrova a dover fare i conti con la questione della sua edilizia penitenziaria ed a dover elaborare soluzioni.
Forse, anche a causa di questa insufficiente condizione culturale, ritengo sia mancata e continui a mancare da noi la capacità di rinnovare il carcere dal punto di vista  della sua qualità architettonica e coerenza spaziale con le finalità della pena e di metterlo al passo con le realizzazioni carcerarie straniere più avanzate, che hanno visto la luce negli ultimi decenni.
La conseguenza di questo stato di cose rischia di essere quella di impedire, o perlomeno rendere difficoltoso il progredire dell’opera intrapresa con successo a partire dalla Riforma Penitenziaria del 1975 sul fronte del trattamento penitenziario.   
A questo punto passo ad illustrare alcuni aspetti che l’Istituzione penitenziaria non ha considerato e pratiche che non ha attuato nel rinnovamento ed ampliamento del suo patrimonio edilizio penitenziario in questi ultimi decenni.
Una delle finalità primarie del nostro carcere riformato, come ben tutti sanno, è quella di realizzare, durante il periodo di espiazione della pena, le condizioni per il reinserimento sociale del reo, attraverso pratiche istituzionalizzate che vedono coinvolti nell’azione in qualità di comprimari  con l’Amministrazione Penitenziaria, ampi settori della cosiddetta società civile.
Nel corso di questo ultimo trentennio l’Amministrazione Penitenziaria infatti ha avviato, ha sperimentato, ha affermato e consolidato, insieme alle Regioni, agli Enti locali, al mondo  imprenditoriale, al mondo del volontariato, alle istituzioni culturali sia pubbliche che private, pratiche che non solo hanno contribuito a concretizzare i principi della riforma ma che hanno anche infranto parzialmente il suo storico isolamento dalla società civile.
Sia a livello nazionale, che a livello locale si è legiferato in materia di sanità, lavoro, istruzione, formazione professionale, assistenza,  con particolare attenzione alla realtà carceraria, istituzionalizzando una partecipazione allargata di forze, sia pubbliche che private, nel settore del trattamento penitenziario, un tempo appannaggio esclusivo dell’Amministrazione penitenziaria.
Ritengo però che il settore che riguarda l’Edilizia Penitenziaria non sia stato realmente coinvolto in questo processo di  adeguamento e di apertura.
Volendo ulteriormente puntualizzare, ritengo siano mancate le seguenti azioni istituzionali, che in questa sede diventano proposte concrete:

1.    Provvedimenti legislativi volti a definire un nuovo modello spaziale carcerario coerente con le finalità della pena riformata e con le esigenze che il rapido evolversi della società richiedevano e richiedono.

Per inciso devo registrare che i modelli spaziali prodotti dall’Amministrazione Penitenziaria a partire dagli anni settanta del ‘900 – indipendentemente dalla loro validità o meno dal punto di vista della sicurezza – sono certamente da considerarsi fortemente inadeguati in quanto privi, sin dalla fase meta-progettuale,  di ogni elemento che li possa ricondurre a soluzioni architettoniche attente ai temi del benessere ambientale, della qualità compositiva, della coerenza spaziale; illuminante a proposito l’analisi critica che il  compianto architetto Lenci fece degli schemi carcerari ministeriali posti alla base della realizzazione del nuovo programma di edilizia penitenziaria avviata nel 1981, da lui definiti in sostanza di uno stato pre-costituzionale. 
Peraltro le prescrizioni circa i requisiti degli edifici penitenziari contenuti  nella legge di riforma del ’75  e  più avanti nel regolamento di esecuzione del 2000, non hanno certamente prodotto, né lo potevano, nuovi modelli spaziali veramente al passo con le istanze più progredite della riforma.
In generale più che altro le suddette prescrizioni hanno riguardato gli aspetti edilizi relativi alle condizioni igienico-ambientali dell’edificio carcerario ed una migliore razionalizzazione dello spazio costruito; anche il tentativo di diversificazione delle strutture a seconda della tipologia di detenuti ospitati attraverso l’organizzazione e la costruzione di sezioni separate ed autonome, non  ritengo possano identificarsi come risposte adeguate alle esigenze spaziali del carcere riformato.

2.    Provvedimenti per avviare sistematiche collaborazioni con le facoltà di Architettura e di Ingegneria per l’elaborazione di modelli meta-progettuali volti all’innovazione dell’edilizia penitenziaria.

A questo proposito identificherei la soluzione nella pratica già attuata della sottoscrizione  di protocolli di intesa tra Amministrazione Penitenziaria ed Atenei universitari per l’istruzione universitaria dei detenuti.
 
3.    Provvedimenti per avviare percorsi didattici a livello universitario sul tema dell’edilizia penitenziaria, sia rivolti al personale tecnico degli Uffici di progettazione Ministeriali sia a livello studentesco.

Questo è un punto che mi è molto caro e che considero di  estrema importanza in quanto, come Vi ho accennato all’inizio, ne ho potuto personalmente sperimentare l’efficacia, nonostante la precarietà nella quale mi sono sempre trovato e mi trovo ad operare.
Ritengo strategico, nel  quadro di un contesto socio-culturale caratterizzato dalla scarsa conoscenza ed attenzione alle problematiche reali del tema penale e del carcerario in particolare, strutturare percorsi formativi che non solo divengono funzionali per formare professionisti all’altezza dei compiti che gli vengono loro affidati,  ma anche per sensibilizzarli sulle questioni aperte della giustizia e della pena.
Concludo  riconducendomi alla cronaca di questo ultimo periodo che registra il varo di un nuovo programma di edilizia penitenziaria inteso a risollevare le sorti di una Amministrazione penitenziaria messa in ginocchio per il sovraffollamento delle strutture penitenziarie esistenti.
Già è stato detto e scritto a proposito, anche in questa sede, e pertanto non voglio tornare sull’argomento, permettetemi  però di esprimere un commento critico  che mi ha sollecitato lo schema di un “penitenziario-tipo per circa 400 posti detentivi, definibile ad aggregazione radiale – modello derivato dai vecchi sistemi fine ‘800 – Tipo Regina Coeli - Le Nuove “ che viene allegato a titolo esemplificativo all’allegato D) del documento ministeriale a firma del Capo del Dipartimento e Commissario Straordinario Franco Ionta.
Questo schema tipologico rappresenta l’immagine   della regressione dell’edilizia penitenziaria italiana, in totale assenza di attenzione da parte di chi di architettura si occupa.
Le tendenze evolutive dell’architettura penitenziaria che si sono attuate negli ultimi decenni in alcuni paesi del mondo  sembrano essere sconosciute.
Questo Stato appare ingenuo nel rendere pubblico uno schema tipologico così assurdo e troppo fiducioso che nessuno oserà nemmeno sollevare delle critiche.
In silenzio e probabilmente senza che i responsabili se ne rendano conto,  vengono ufficialmente proposti schemi tipologici che si muovono in senso diametralmente opposto all’azione intrapresa dal nostro parlamento verso un aumento delle garanzie democratiche per i detenuti ed il loro reinserimento nella società.