Pubblichiamo il testo del saggio di Franco Corleone per il libro "Sinistra senza sinistra" edito da Feltrinelli e disponibile on line e in tutte le librerie della catena.
”Respingere quello che con disprezzo viene chiamato garantismo è un errore di incalcolate conseguenze. Se al simbolo della bilancia si sostituisse quello delle manette saremmo perduti irrimediabilmente.”
Leonardo Sciascia
Nell’anno di grazia 2008 la sola parola “garantismo” rischia di
essere considerata alla stregua di una bestemmia alla pari del
“laicismo”. Chi fa uso di tale termine o si proclama garantista non
solo è guardato con sospetto ma rischia di essere messo al bando dalla
società dei benpensanti in quanto filo terrorista, amico dei mafiosi o
quanto meno sovversivo. Nella migliore delle ipotesi un utopista, cioè
poco meno o poco più di uno stupido. La sinistra in tutte le sue
componenti, dal 1989 o meglio da Mani pulite fino alla disfatta delle
elezioni dell’aprile 2008 ha perduto la sua innocenza, smarrendo un
vocabolario ricco di evocazioni dei diritti e delle libertà, a favore
di un livido giustizialismo che prometteva illusoriamente galera per i
corrotti: in realtà realizzando le condizioni per una stretta
autoritaria per tutti. Non solo si è cancellata ogni ambizione di
egemonia, ma ci si è acconciati ad accettare le priorità di una agenda
politica decisa dagli imprenditori della paura e addirittura a fare
propri gli slogan tradizionali della destra, dalla “sicurezza” alla
“legge ed ordine”. Non ci si è resi conto che in Italia la democrazia e
lo stato di diritto poggiavano su basi assai fragili. Perfino la
vittoria popolare nel 2006 nel referendum per bocciare la riforma della
Costituzione del governo Berlusconi non fu per nulla valorizzata e non
costituì la base per il cambiamento. Come nel 1996, anche dieci anni
dopo, il governo Prodi non comprese la necessità di rialzare la
bandiera del diritto penale minimo e mite e di mettere al primo posto
la riforma del Codice Penale, che avrebbe dovuto ispirarsi a principi
fondamentalmente diversi da quelli dello stato corporativo e fascista
del Codice Rocco del 1930: riscrivendo i reati gravi per la società del
nuovo millennio (persona, ambiente, criminalità organizzata, economica
e informatica) e depenalizzando i comportamenti devianti, di disturbo
sociale, in vista di sanzioni alternative finalizzate alla riparazione
e alla reintegrazione sociale. Non solo non si è fatto quanto già si
sarebbe dovuto fare subito dopo la Liberazione, ma ci si è fatti
stritolare nella tenaglia tra una campagna securitaria fondata sulla
percezione del falso e una offensiva mediatica assolutamente inedita
per potenza di fuoco. La risposta impotente e subalterna dei “pacchetti
sicurezza” (prima con Fassino ministro della Giustizia nel 2001, poi
con Amato ministro dell’Interno nel 2007) ha codificato la menzogna
divenuta verità nel senso comune, dando forza e autorevolezza alla
destra più becera. Si è così legittimata, fino a diventare senso
comune, l’opinione perversa che un furto, uno spinello e uno scippo
siano delitti più gravi delle stragi mafiose, degli scandali Cirio e
Parmalat, delle razzie finanziarie dei “furbetti del quartierino”, dei
Ricucci e dei Coppola. La vicenda dell’indulto varato nell’estate del
2006 ha assunto contorni davvero emblematici. Poteva essere l’occasione
per rappresentare un’idea di convivenza non vendicativa, per indicare
un futuro a una società atomizzata che ha bisogno di nuovi legami, di
solidarietà profonde, di inclusione non retorica; si è invece
consentito che si manifestasse l’orgia dell’antipolitica, con la
invocazione plebea della certezza della pena. Un’altra storia è stata
rivelatrice del nuovo clima e della trasformazione antropologica della
sinistra. Mi riferisco alla teorizzazione (e poi alla inflessibile
messa in pratica) dell’ostracismo per gli ex terroristi di sinistra, in
particolare con il veto per la candidatura al Parlamento di Sergio
D’Elia già deputato e animatore dell’associazione Nessuno tocchi Caino
e della campagna internazionale per la moratoria della pena di morte.
In precedenza ripetutamente era stata avanzata con durezza la richiesta
di riduzione al silenzio di Sergio Segio e Susanna Ronconi, impediti e
contrastati anche nelle proprie attività lavorative. Tutti e tre con un
passato in Prima Linea, il gruppo che già nel 1983 chiuse con la lotta
armata, sciogliendosi e consegnando le armi rimaste all’arcivescovo di
Milano e che nel 1987, in un congresso del Partito Radicale, testimoniò
la propria convinta adesione alla nonviolenza. La classe politica della
Prima Repubblica promosse la legge sulla dissociazione dal terrorismo
negli anni ancora caldi per le tragedie laceranti: vent’anni dopo, non
solo i Gasparri di turno, ma anche il Partito Democratico rinnegano
quella vittoria della democrazia e il senso profondo dell’articolo 27
della Costituzione. Si è assistito ad una involuzione del diritto
poiché sull’altare dell’opportunismo si è affermata una concezione
della pena come ritorsione: quel simbolico “fine pena mai” dovrà essere
assolutamente respinto e sanato. E’ il segno di un profondo
arretramento culturale e civile di un paese incattivito, che non si
ribella di fronte alle misure odiose del “pacchetto sicurezza” dei
ministri Alfano e Maroni, alle impronte ai bambini rom, alle aggravanti
di pena per i reati compiuti dagli zingari. Dal codice di stampo etico
si è passati al codice di matrice etnica. E’ sintomatico che la
protesta più estrema sia rivolta alla norma salva premier (mentre si
manifesta accordo per le misure contro la criminalità minore
rivendicandone la paternità) e non si denunci lo stravolgimento del
patto sociale e delle ragioni della convivenza. La logica
dell’emergenza, come d’altronde il sonno della ragione, producono
mostri: si è contrapposto il principio di legalità a quello del
garantismo. Parlare oggi di garantismo significa non solo rivendicare i
diritti di libertà, ma proporre una teoria del diritto che sostenga “la
resistenza individuale agli ordini dell’autorità che tenta di
violarli”, come scriveva il grande giurista Santi Romano. Soprattutto,
il garantismo si colloca sul fronte della promozione dei diritti
sociali presenti nella nostra Costituzione ma che per divenire concreti
ed esigibili richiedono azioni politiche e sociali determinate. Cioè a
dire, l’affermazione dei diritti civili e sociali serve per declinare
un welfare rivolto non alla difesa di interessi corporativi, ma a
promuovere cittadinanza solidale e a costruire un nuovo patto sociale.
Solo così si potrebbe replicare all’ondata di proibizioni e divieti che
la destra diffonde a partire dal terreno dei cosiddetti temi eticamente
sensibili. Basti ricordare i limiti moralistici e antiscientifici posti
alla fecondazione assistita con la legge 40, il boicottaggio clericale
del referendum sulla stessa legge 40 da parte del Vaticano, le minacce
di cancellare, giusto nel trentennale, la “180”, la legge Basaglia che
chiuse la vergogna dei manicomi. Dopo avere letto fiumi di
intercettazioni telefoniche che offrono lo spaccato di un mondo
impotente che sogna corpi femminili da possedere grazie al potere, ci
aspettiamo la proposta di penalizzare la prostituzione in nome del
decoro urbano e della rispettabilità piccolo borghese. Sono lontani gli
anni in cui sul “manifesto” e sui Quaderni Piacentini, Rossana Rossanda
e Angelo Bolaffi contestavano i limiti del garantismo politico
(salvando solo il cosiddetto “garantismo giuridico”) a cui replicavano
Luigi Ferrajoli e Romano Canosa: correva l’anno 1979 nel momento
dell’inchiesta padovana del 7 aprile del giudice Calogero e l’ordinanza
di rinvio a giudizio per i teorici dell’Autonomia Operaia da parte del
giudice Achille Gallucci. Ora siamo di fronte al compito che appare
davvero improbo – giocare la carta del possibile contro quella del
probabile − di ricostruire nel Paese un senso comune non
forcaiolo. A partire dalla cancellazione della sinistra dal Parlamento.
Una condizione storicamente inedita. Questo risultato, definito uno
tsunami, non ha in verità nulla di improvviso e nulla di riferibile a
un accidente della natura, ma è il frutto di una lunga teoria di errori
dei partiti del centro-sinistra e della stessa sinistra estrema. Certo
il sigillo finale è stato posto da Walter Veltroni che in un delirio di
onnipotenza ha raggiunto non l’autosufficienza ma la solitudine, a
prezzo della cancellazione delle forze socialiste, comuniste e
ambientaliste, non innocenti sul piano del rigore culturale e politico
ma non così colpevoli da meritare la pena di morte. Un disegno
irresponsabilmente “criminoso” aggravato dall’esaltazione dell’Italia
dei valori di Antonio Di Pietro che già nel nome rappresenta una deriva
di destra. Il Partito democratico ha scelto di privilegiare come solo
alleato apparentato (con i vantaggi previsti dalla legge elettorale) un
partito che nei due anni di governo si era distinto per la contrarietà
all’indulto, la bocciatura della commissione di indagine sui misfatti
della polizia durante il G8 a Genova e la contrarietà all’istituzione
del garante dei diritti dei detenuti. L’8 settembre della sinistra -
questa mi pare davvero la definizione più calzante dello stato di
marasma che ha colpito i responsabili della sconfitta - richiede la
capacità di rileggere un lungo periodo di storia abbandonando riti
consolatori, ipocrite autocritiche e accuse al destino cinico e baro.
Occorre una seria assunzione di responsabilità e una scarnificante
riflessione per evitare che il dominio della destra duri anni e anni
con un consenso di massa favorito da un mix di demagogia e populismo.
La questione della giustizia non può essere lasciata nelle mani di
Berlusconi. Non si può rimanere sulla difensiva, ad esempio sulla
politica delle droghe. Dal 1990 ad oggi, dalla legge voluta da Craxi
fino a quella imposta da Fini, oltre mezzo milione di giovani sono
stati segnalati ai prefetti per uso di canapa subendo odiose sanzioni
amministrative e centinaia di migliaia di giovani sono stati arrestati
e messi in prigione per violazione di una legge criminogena, che
considera reato un atto senza vittima, scontando almeno
duecentocinquantamila anni di galera. Di fronte a una tale persecuzione
di massa, non si comprende come non vi sia stata ancora una rivolta! La
spiegazione è semplice. Il diritto è diventato il surrogato della
religione: al posto del diritto laico si è sostituita una concezione
morale del diritto per cui è la legge a stabilire il Bene. Non stupisce
quindi come di fronte a un sovraffollamento delle carceri dovuto a
leggi ingiuste che perseguitano tossicodipendenti, immigrati e poveri,
vi sia un consenso trasversale per la costruzione di nuove galere da
cui, a causa delle nuove norme sulla recidiva e alla minacciata
abrogazione della legge Gozzini che aveva dato un po’ di speranza ai
senza voce, si rischierà di non uscire più, realizzando una sorta di
ergastolo bianco. Nessuno ha denunciato la vera e propria pulizia
etnica che nel corso di poche tornate elettorali ha visto scomparire i
garantisti dal parlamento. Non può essere stato un caso che siano stati
epurate figure come Luigi Saraceni, Salvatore Senese, Ersilia Salvato,
Guido Calvi, Elvio Fassone, Pietro Carotti, Sandro Battisti e Luigi
Manconi per citare solo alcuni nomi. La scomparsa della sinistra ha
cancellato persone impegnate come Marco Boato, Giuliano Pisapia,
Giuseppe Di Lello, Maria Luisa Boccia e Giovanni Russo Spena; anche a
destra si sono licenziati personaggi scomodi come Alberto Simeone,
Francesca Scopelliti e Alfredo Biondi.
La decimazione è stata scientemente perseguita in funzione di un
disegno politico che voleva privilegiare il terreno della
semplificazione mediatica, dell’immagine fatua, della compromissione
senza principi e far prevalere la logica dell’emergenza continua. Il
garantismo non era sufficientemente “nuovo”, era legato al valore della
cultura, al culto del rigore di stampo azionista, magari giacobino,
certo non giro(to)ndino. Ciarpame da buttare in nome della modernità.
Poche anni fa si è assistito al crollo rovinoso della prima Repubblica,
di un regime che appariva consolidato da mezzo secolo di esercizio del
potere, da alleanze interne e internazionali fortemente strutturate, da
un sistema consociativo rafforzato da un sistema di valori condivisi e
ora constatiamo impotenti il sorgere di un nuovo regime fondato
sull’omologazione degli stili di vita e dei comportamenti dettati dalla
televisione commerciale, pubblica o privata che sia. Salvatore Senese,
un illustre giurista vittima della normalizzazione sopra denunciata,
nelle conclusioni degli Stati Generali sulla giustizia organizzati dai
Ds a Napoli nel 1998, affermava che non si potevano mettere contenuti
riformatori in otri vecchi e indicava con nettezza una linea di riforma
civile ineludibile. L’Italia ha bisogno di ritrovare le ragioni per
tenere assieme nord e sud, giovani e vecchi, uomini e donne. La
disintegrazione è dietro l’angolo se non si sceglie la dimensione dei
diritti, delle libertà, del garantismo, della giustizia. La sinistra
deve smettere di navigare a vista e di produrre tempeste in un
bicchiere d’acqua. Dopo anni di calviniana bonaccia, pare troppo
ambizioso proporre la riforma della società e della politica. E delle
relazioni umane. Una proposta che non abbia paura di parole come
felicità e bellezza. Siamo realisti. Vogliamo l’impossibile! Da dove
cominciare? Forse sarebbe significativo partire dalla richiesta della
grazia ad Adriano Sofri, negata in questi due anni proprio come prezzo
a un imbarbarimento del clima politico e a una perdita di umanità. Non
tanto per lui, ma per noi. Nel senso di tornare ad uno stile sobrio e
severo in una Italia terra del pentitismo e dei voltagabbana. Forse è
tempo di prendere sul serio lo sforzo di Zapatero di elaborare una
originale cultura politica del socialismo dei cittadini fondata sulla
teoria della libertà e del governo (il repubblicanesimo di Philip
Pettit). La canzone-inno dell’ultimo congresso del Psoe, Defender la
alegria, indica una strada non cupa per battere l’antipolitica dando il
potere ai cittadini, capaci di autogoverno in una Repubblica di tutti.
Franco Corleone
Garante dei diritti dei detenuti del Comune di Firenze
già Sottosegretario alla Giustizia