A undici anni dall’entrata in vigore della legge 81/2014 – la norma che ha chiuso definitivamente gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (OPG) e istituito le Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza (REMS) – tornare a misurare risultati e contraddizioni non è un esercizio accademico: è un passaggio politico e culturale, perché riguarda il confine più delicato tra cura, sicurezza, diritti e responsabilità pubblica. Gli Atti del convegno “Attualità e prospettive della legge 81/2014 per i pazienti con disturbi mentali autori di reato” (Bologna, 1° aprile 2025), promossi nell’ambito della Regione Emilia-Romagna, offrono un quadro utile proprio perché tengono insieme tre livelli: l’esperienza concreta di una regione, il confronto con altri modelli italiani, e il “promemoria” arrivato dalla sentenza della Corte costituzionale n. 22/2022.
La posta in gioco è nota: la riforma ha rappresentato il completamento del percorso aperto dalla legge Basaglia, spostando l’asse dalla custodia alla cura e al reinserimento, e trasferendo responsabilità e baricentro dall’amministrazione penitenziaria al Servizio sanitario. Ma la stessa “rivoluzione” – per usare il lessico che attraversa gli Atti – ha generato nodi nuovi: disomogeneità territoriali, liste d’attesa, rischi di “sine titulo” (persone trattenute in carcere senza titolo per mancanza di posto o percorsi alternativi), e un uso talvolta improprio o inflattivo della misura di sicurezza, specie nella sua versione non detentiva.
Emilia-Romagna: meno posti letto, più governo del sistema
Uno dei meriti principali del volume è riportare la discussione sui meccanismi reali con cui si governa il sistema, oltre i riflessi pavloviani (“servono più REMS” / “le REMS non funzionano”). Nel percorso ricostruito da Alessio Saponaro emerge un punto chiave: già prima della chiusura degli OPG i dati mostravano forti differenze tra regioni nel ricorso all’internamento, segno che non si trattava solo di “numeri” o di reati, ma di pratiche giudiziarie e dotazioni territoriali.
Il dato che colpisce – e che gli Atti rivendicano come prova contro le scorciatoie – è che l’Emilia-Romagna mostra un numero di posti letto REMS tra i più bassi in Italia (6,4 per milione di residenti maggiorenni), sostenendo che l’efficacia non dipende dall’aumento dei posti ma dall’organizzazione e dall’integrazione con magistratura e servizi. In questa prospettiva, gli strumenti contano: protocolli interistituzionali, monitoraggio (SMOP), cartella regionale (CURE), aggiornamento costante dei PTRI, e soprattutto la costruzione di un punto di raccordo come il Punto Unico Regionale (PUR), pensato per coordinare destinazioni, liste e alternative.
Indicatori, “distorsioni” e costi: la riforma alla prova del quotidiano
Il contributo di Fabio Dito entra nel merito di ciò che spesso resta sullo sfondo: come si misurano gli esiti e dove si annidano le “distorsioni” del sistema. Qui la sentenza 22/2022 diventa una lente che obbliga ad agire su indicatori concreti: gestione liste REMS, prevenzione dei “sine titulo” e dei ricoveri impropri, territorializzazione delle misure non detentive. Il quadro che ne esce è duplice: da un lato, in Emilia-Romagna si rivendica una riduzione delle criticità più gravi (in particolare su lista e “sine titulo”); dall’altro, si segnala come resti un problema aperto l’uso improprio di ricoveri psichiatrici ospedalieri e come l’aumento delle misure non detentive stia producendo un impatto economico crescente sui dipartimenti, anche per l’assenza di una soglia temporale certa e per proroghe di fatto prolungate.
Le prospettive: la “rivoluzione gentile” regge solo se resta comunitaria
Nel testo di Pietro Pellegrini la riforma viene letta come una “rivoluzione gentile” resa possibile da motivazione degli operatori e dalla costruzione paziente di relazioni tra psichiatria, magistratura, UEPE e istituzioni locali: un’infrastruttura immateriale che, se si spezza, riporta il sistema verso soluzioni custodiali. E non a caso, l’accento è sul fatto che fare a meno degli OPG non era affatto scontato, e che oggi lo scenario è reso più fragile da climi sociali e politici che tendono a semplificare e a cercare scorciatoie securitarie.
Alternative non detentive: prassi, unità forensi, “cucitura” dei percorsi
Un tassello decisivo – spesso evocato ma meno spesso descritto – è quello delle strutture e dei percorsi residenziali non detentivi. Il contributo di Giuseppina Paulillo e Ilaria De Amicis racconta l’esperienza parmense (dalla REMS provvisoria di Casale di Mezzani alla costruzione di un sistema di “cura e giudiziario di comunità”), valorizzando il ruolo di una unità forense capace di interfacciarsi strutturalmente con magistratura di cognizione e sorveglianza e di supportare i CSM nel disegno di programmi individualizzati orientati a autonomia, recovery e reinserimento. È una parte importante degli Atti perché mostra, in positivo, cosa significhi davvero “extrema ratio”: non uno slogan, ma una capacità di progettazione territoriale.
Il confronto tra regioni: modelli, protocolli, turn-over e nodi irrisolti
La tavola rotonda allarga l’inquadratura e rende evidente che la partita è anche (e soprattutto) di governance. Nei contributi regionali – Lombardia, Veneto, Liguria, Campania – tornano alcuni fattori ricorrenti: qualità della relazione con la magistratura, procedure condivise, protocolli e tavoli tecnici, appropriatezza dell’internamento e circuiti di dimissione. Nel caso veneto, ad esempio, viene sottolineata l’attenzione all’appropriatezza e un turn-over significativo, sostenuto da formazione capillare e protocolli d’intesa con la magistratura.
Il rischio “restaurazione”: quando la nostalgia custodiale torna a farsi politica
Le conclusioni di Franco Corleone sono il punto più esplicitamente politico del volume. Il suo avvertimento è netto: salute mentale e destino delle REMS non possono diventare terreno di “rivincite culturali”. In controluce compare un rischio attuale: che si imputino alla legge 81 le contraddizioni inevitabili di una trasformazione storica e che, cavalcando liste d’attesa e “sine titulo”, si riapra lo spazio per dispositivi detentivi mascherati da cura. Corleone richiama anche segnali preoccupanti nel dibattito pubblico e legislativo, inclusi progetti che rimetterebbero il trattamento in un orizzonte penitenziario.
In questo senso, gli Atti non sono solo la fotografia di un bilancio regionale: sono un invito a difendere la premessa fondamentale della riforma – la centralità del diritto alla cura e della comunità come luogo di reinserimento – e a riconoscere che il vero spartiacque non è “più o meno REMS”, ma la capacità di costruire alternative credibili, verificabili e finanziate, dentro un rapporto stabile tra sanità, giustizia e territorio.

