Pubblichiamo questo ricordo di Giusi Furnari del suo rapporto con Grazia Zuffa
Con Grazia ci siamo sentite qualche giorno prima che lei ci lasciasse. Ci siamo dette non “addio”, ma “a domani”. Non ci siamo più sentite. Si arrestava per lei il misterioso fiume della vita. Sgomenta, lo apprendevo da una comune amica. Immediate, dal fondo della memoria mi sono tornate le parole di Borges, scritte per l’amica Delia, ricordando il fiume di macchine che li aveva separati il giorno in cui Delia, di là della strada, aveva disegnato con la mano un saluto: «Non tornammo a vederci. Come avrei potuto sapere che quel fiume era il triste Acheronte, l’invalicabile”[1]. Sopraffatto dall’improvvisa perdita, Borges torna a Delia per dirle che salutandola quel giorno non poteva sapere che «dietro il saluto comune era l’infinita separazione»[2].
D’improvviso e come rapita da una luminosa folgore, Grazia morì. Io non fui più la stessa. Il mondo non fu più lo stesso: per me e per tutti, il mondo si era fatto più povero. Quando muore qualcuno, il mondo si fa certamente più povero. E come a contrastare questo luttuoso impoverimento, a chi resta tocca farne memoria.
Fare memoria di chi amiamo è, innanzitutto, esperienza intima. Ma se non fosse anche condivisione, la memoria non si farebbe “mondo”. Nel suo farsi mondo, passa attraverso noi, lacerandoci e esponendoci alle lacrime, come fossimo Odisseo alla corte dei Feaci, quando, ascoltando dal cantore la sua lite con Achille, si copriva il volto piangendo. A nostra volta, lasciando che il cuore tracimi di lacrime, vorremmo ricordare Grazia, sottrarla all’oblio, trattenerla tra noi. Sottrarla all’Acheronte. Trattenerla presso noi, senza toglierle ma anzi restituendole il conforto della quiete, che la sepoltura lascia sperare. Scolpirla nella memoria. Continuare a fare del suo essere unica e irripetibile, una piccola storia come quella di ognuno/a di noi, una pagina preziosa della grande Storia.
Non è certo dato raccontare Grazia nella sua unicità umana e spirituale. Non è così tanto che si può fare. È forse però possibile cogliere elementi del suo ricco lascito di pensiero e di attività pubblica e politica per consegnarla a noi stessi e al mondo oltre la frammentazione del tempo della vita, in una pienezza che solo la morte sa dare.
Al di là di noi, come entità mondane singolarmente destinate alla morte, Grazia esiste come memoria dell’universo. Esiste fin da sempre, e dalla sua nascita nella pluralità dei vivi e nel vivente. Ma Grazia, come noi tutti, non è soltanto memoria dell’universo, è presenza che ci abita – per chi la ama – nella sua vulnerabilità storica ed esistenziale, nella sua irripetibile unicità. E come tale, com’è per noi, vorrei saper dire qualcosa, tenendo lo sguardo allargato, e cercando di cogliere la sovratemporalità di ciò che ha fatto, scritto e consegnato, vivendo la forte tensione umana, etica e culturale che l’ha contraddistinta e motivata.
Mi sono chiesta: che cosa di Grazia vivrà finché io vivrò e che cosa morirà quando io morirò?
La sua immagine è il primo dei ricordi che ho fisso negli occhi e nel cuore. Il suo volto: una forza delicata e magnetica che sprigiona dai lineamenti ben disegnati e dai limpidi colori. Tratti somatici belli, signorili, da tabernacolo di Madonna toscana; occhi penetranti che trafiggono e dicono intelligenza, rigore, intransigenza. Il suo volto grazioso e femminile; lo sguardo severo e penetrante, ma giammai indiscreto o inopportuno, sono la cifra dei miei sentimenti amicali per lei; sono al fondo del desiderio di parlare di lei, che diviene esigenza di testimonianza di un lascito prezioso, che non deve andare perduto.
Parlare degli occhi di Grazia, del suo sguardo intelligente e penetrante è come tornare a dare corpo a quello che può dirsi sia il senso della sua azione culturale politica e sociale. Al tempo stesso è il luogo da cui ripartire per contrapporsi alle coordinate di un oggi politico e sociale scaduto nella sopraffazione e nell’arbitrio. In un clima in cui la legge vige come espressione della forza e del dominio; che funziona talora come grida elettorale, talora con intenzione antiliberale o come ricovero per gli “impuniti” da salvare. La vita democratica di oggi non può e non deve dimenticare la lezione di Grazia, la lezione di chi come lei ha incarnato ideali di giustizia, di uguaglianza, di libertà, sapendo coniugare azione politica, visione di vita civile e democratica; di chi del diritto ha colto il suo essere luogo di cittadinanza, di affermazione positiva della soggettività. Di chi ha posto la soggettività nella concretezza della individualità incarnata nel qui e ora del quotidiano, della condizione esistenziale e sociale, coniugata con “lo sguardo della differenza femminile” – come suona il sottotitolo di Recluse, lavoro che Grazia Zuffa ha dato alle stampe assieme a Susanna Ronconi nel 2014[3].
In questo lavoro, Recluse, – ma più ampiamente in una linea di continuità fatta di lavoro di ricerca e di azione politica e sociale – Grazia ha scavato alle radici della soggettività per farne la conditio sine qua non della libertà come responsabilità e del diritto come sito dell’abitare sociale dei cittadini e delle cittadine. Trovando in lei un punto di forza, in tanti, pensatrici e pensatori di valore – tra cui Franco Corleone, suo marito – hanno dato forma a un’azione politicamente e culturalmente pregnante a favore dell’uguaglianza e della libertà a partire dalla marginalità. In tanti con Grazia, e giovandosi anche della forza associativa della Società della Ragione, hanno dato voce a un principio di statualità che al diritto guarda, nel rispetto della Costituzione, come adempimento dei processi emancipativi dell’individuo sociale: così come recita l’articolo 2 dello statuto dell’Associazione[4], di cui Grazia è stata fondatrice e a lungo presidente.
Nel diritto come status delle libertà del soggetto, Grazia ha fortemente creduto; per il diritto e per il principio di autonomia e libertà non ha mai smesso di lottare. Nelle vie, nelle piazze, nelle aule di Palazzo Madama, nelle carceri, fra emarginati fragili, ovunque sia andata e ovunque abbia operato, la sua impronta è stata di chi nel diritto crede come affermazione di sé e di responsabilità. Alla relazione ha poi guardato come condizione per la costituzione dell’individualità, mantenendo tuttavia il grave sospetto che la relazione, se non è tra eguali, è potere, è dominio, è norma piegata alla forza e all’arbitrio.
Privilegiando la ricerca sul campo nelle carceri femminili, e seguendo il filo della differenza femminile, Grazia si è interrogata su come il pensiero e la pratica politica del femminismo potessero offrire elementi utili per «inquadrare la differenza femminile “dentro”» e su come “l’esperienza di queste donne recluse potesse essere una lente attraverso cui guardare alla più vasta realtà di genere e arricchire la politica delle donne in generale […]”. In questi luoghi di reclusione, di riscatto e di appropriazione di sé, Grazia ha incontrato, ascoltato e raccolto molte delle questioni che la interrogavano, «ad iniziare dalla maternità e dal “materno”, declinati in tanti aspetti delle relazioni raccontate dalle donne»[5].
In tal senso, le energie di lavoro, la competenza, l’orizzonte teorico entro cui è maturata la sua ricerca non è stata tanto o soltanto la detenzione, quanto la soggettività e il processo di soggettivazione delle donne detenute[6].
La “questione femminile”, che fin da sempre ha investito il pensiero e l’azione di Grazia, a partire dal momento storico che le è toccato di vivere, è divenuta rivendicazione della soggettività – soggettività storicamente negata alle donne e ancor oggi mal compresa, per il permanere di stereotipi di genere, per pregiudizi della più svariata natura, per ottusi auspici di miglior ordine sociale, anche in nome del decremento demografico.
Aperto e lungimirante, lo sguardo sul femminile in Grazia è intessuto di una idea di ragione che parla il corpo e i sentimenti, che si interroga sul materno, colto nella complessità e ambivalenza con cui l’essere madre viene vissuto anche dalle donne stesse. Un “nascere da donna” che, risucchiato nella retorica del materno dalla cultura patriarcale (occhi con cui la donna troppo spesso ancor oggi continua a guardare sé stessa), ha fatto delle donne l’oscuro da occultare. Condizione questa storicamente radicata, socialmente giocata dal patriarcato come perno di un ordine gerarchico naturale, che implica una sorta di felice e socialmente doverosa funzione riproduttiva, estranea alla funzione creativa propria della maternità simbolica. Convinta che nascere da madre è un “fatto”, Grazia afferma che sta a tutte/i noi dare senso a questo fatto, “ricollocando al suo posto la figura della madre»[7]. E ciò è possibile farlo «a patto di saper guardare con i nostri occhi», con occhi di donne, «smentendo le figure del patriarcato» e accettando l’evidenza che «si entra nella comunità degli umani attraverso il corpo e nel nome della madre o non si entra»[8]. Appare dunque del tutto arbitraria, figurazione di dominio, la scissione operata dalla società patriarcale tra la «nascita biologica» come un venire alla luce dall’oscurità del grembo materno, e la nascita simbolica come “una messa al mondo tramite il riconoscimento del padre»[9].
Con Grazia accediamo a un femminismo che non vuole essere gridato o rivendicativo, che è originario e radicale e che restituisce identità alla donna, piuttosto che in opposizione binaria rispetto al maschile-patriarcale, a partire da un processo di riconoscimento inscritto nella “differenza” quale si dà nello sguardo del femminile. Qui il “nascere da donna” apre a un “essere madre”, potenzialità creativa che non separa l’essere madre biologica dall’essere madre simbolica, destituendo di senso l’enfatizzazione storica del materno, se significa riduzione della donna alla madre corpo-oggetto, declinata come esaustiva della identità e della differenza femminili.
E se la riduzione della donna a corpo-oggetto materno è il terreno privilegiato su cui «storicamente si è esercitato il dominio della soggettività maschile»[10], la semantica della “differenza”, quale emerge dallo sguardo delle donne, lascia sperare in un processo di appropriazione del femminile di ciò di cui era stato privato dal “matricidio simbolico”. «Ricollocando al suo posto la figura della madre»[11] risulta sanata la lacerazione tra maternità biologica e maternità simbolica e, a seguire, trova risposta il radicamento del bisogno di eticità, tensione intimamente ordinante, da cui è orientata l’esistenza umana come ricerca di senso. Facendo nostro l’appello lanciato da Grazia sulla «necessità di pensarci al femminile e di guardare con i nostri occhi ai rapporti tra donna e donna tra madre e figlia», l’impegno volge a non scordare che «c’è un fondamentale divario fra radicare la differenza nell’originaria relazione che la donna ha con il corpo della madre, e viceversa affermare che ella ha in sé qualcosa di essenzialmente materno»[12].
Sotto questo aspetto il prezioso lascito culturale di Grazia deve essere custodito non soltanto come “memoria” che la connota, ma anche come pensiero da praticare, rinforzare, fortemente contribuendo a dislocare gli orizzonti di discussione sull’origine della politica e sulla sua articolazione nel sociale, se come chiarisce Grazia nel «guardare con i nostri occhi ai rapporti tra donna e donna, tra madre e figlia» si ritrova la «dimensione insostituibile della politica» del “das Politische”[13].
Dagli studi approfonditi e mai ideologici, sempre informati e documentati, di Grazia e delle preziose sue coautrici, possiamo allora ereditare una più convincente comprensione della nozione di “differenza”, e in tal modo attingere a un’ampia visione della questione del gender: riconoscendo quanto obsoleta sia la visione binaria, la dicotomia uomo-donna, e suggerendo di ridefinire il sociale in termini di declinazione della combinazione uguaglianza-differenza e a partire dallo “sguardo” di cui, appunto, Grazia ci lascia nobile memoria. Per Grazia può forse valere quanto ha scritto Alain Touraine: «non si può parlare di una liberazione totale delle donne» ma piuttosto va riconosciuto che «quello che è realmente nuovo è il rafforzamento e la diffusione di un certo rapporto delle donne con sé stesse attraverso il processo di costruzione di sé»[14]. Se questa è la grande rivoluzione che Touraine riconosce alle donne, ha ragione Grazia a mirare alla costituzione della donna come “soggetto” a partire da sé, nella relazione con le altre donne e guardando con sospetto la retorica del “materno”. Grazia lo ha messo ben a nudo in ogni occasione opportuna: nei suoi molti e interessanti studi e come appello a una pratica rieducativa e risocializzante da perseguire nelle carceri.
La questione del materno, la centralità dello sguardo della differenza femminile inscritta nella madre, attraversa gli studi di Grazia e della sua coautrice Susanna Ronconi sulla carcerazione femminile. Nei due volumi Recluse del 2014 e La prigione delle donne del 2020[15], Ronconi e Zuffa analizzano come l’essere donna interferisca con lo stato delle detenute, mettono a confronto il “dentro” e il “fuori” e cercano gli elementi utili sia per una migliore convivenza sociale, sia per contrastare la “perdita di sé” che caratterizza la condizione carceraria.
Nella carcerazione femminile, Grazia nota come nelle donne una specificità prenda il sopravvento sulle altre, ostacolando il riconoscimento della soggettività come donna, eligendo a somma essenza il materno, come il tutto dell’esser donna. Tale specificità, storicamente tracciata dalla tradizione patriarcale, nelle carceri eccede e Grazia la definisce “eccesso del materno”, ritrovandola esibita in diverse declinazioni nelle stesse carcerate e tra il personale che ruota intorno loro.
Tamar Pitch, chiosando l’espressione usata da Grazia, mette in luce come “l’eccesso del materno” si traduca in «Deresponsabilizzazione, infantilizzazione e […] patologizzazione del disagio espresso»[16]. La carcerazione il cui fine dovrebbe essere la «risocializzazione» del detenuto/a, nel migliore dei casi diviene così «rieducazione», traducendo «i diritti in benefici e privilegi concessi»[17]. Qui, nel circuito carcerario, dove gli stereotipi della mascolinità e della femminilità gravano pesantemente, l’“essere madre” viene declinato come fosse un giudizio di valore, punto di forza per le detenute, stigma secondo gli stereotipi ordinanti e patriarcali. In ogni caso, “l’essere o il non essere madre” è nelle case circondariali un’aggiunta di pena per le donne, un macigno reale e morale da sostenere. Nel “dentro” e nel “fuori” della condizione del femminile permane allora “l’ombra del materno” come categoria morale, oscurando, mortificando, disconoscendo l’interrogativo “chi sono io donna?” come identità distinta dall’essere madre»[18]; «domanda cruciale cui il femminismo ha tentato di rispondere»[19].
L’eredità di conoscenze e le linee operative che Zuffa ci lascia in questo ambito di interesse, ha dunque una valenza ampia e tocca un ampio spazio di possibilità di intervento: pone in essere una prospettiva di ripensamento del sistema penitenziario; fa emergere quanto lo sguardo della differenza femminile possa suggerire nel dare forza a un’esperienza detentiva veramente “risocializzante” piuttosto che “rieducativa”; radica la riflessione femminile e femminista su basi di verifica pluridisciplinare; invita a declinare in nuova luce il rapporto tra il biologico e il simbolico nell’essere madre; arricchisce il dibattito sulla valenza della “differenza” nel “genere”; e non ultimo contribuisce a creare relazioni di senso tra die Politik e das Politische.
Gli studi di Grazia – a cui si possono connettere in prospettiva di reciproca contaminazione le attività e gli studi degli aderenti alla Società della ragione – ci dicono come procedere verso una giustizia equa, che, nel rispetto di giusta attesa di riparazione del danno da parte delle vittime, si configuri come “un carcere dei diritti”. Quel carcere di “civiltà giuridica” grazie a cui il tempo chiuso del “dentro” sia un tempo aperto di risocializzazione, strutturazione di soggettività, che implica autonomia e responsabilità. Andare oltre la carcerazione significa allora andare oltre la pratica della rieducazione «intesa come adeguamento alle norme esplicite, e ancor di più a quelle implicite, del sistema stesso, centrato sulla sicurezza»[20] come scrive Tamar Pitch.
Rivelativi e al tempo stesso scardinanti in questo senso sono i vissuti delle detenute, che mettono in luce un sistema carcerario strutturato secondo un modello di normalità che «richiama un modello sociale rigido», a misura di una popolazione carceraria pensata secondo gli stereotipi tradizionali, patriarcali e binari, e che la “normalità” disegna in contrapposizione alla “anormalità criminale”.
Per decodificare il vissuto delle detenute, secondo Grazia, tre sono le parole chiave: sessualità, maternità, affettività. Tre indicatori di senso da declinare tutti nella chiave suddetta di un “carcere dei diritti”, ovvero dell’utilizzo di una detenzione che sappia promuovere l’attivazione della soggettività e della responsabilità. In tal senso, Grazia rinvia all’uscita dalla minorità quale condizione in cui in particolare le donne sono relegate nelle carceri.
Quale senatrice, quale membro del Comitato nazionale di bioetica, quale fondatrice della Società della Ragione, Grazia non ha mai perso di vista che la meta a cui tendere è «attivare soggettività» nelle carceri e in ogni relazione di cura[21]. Impegnarsi nella promozione del soggetto significa, poi, restituire «corpo all’astrazione dell’individuo portatore di diritti»[22]; significa che la concretezza e la particolarità (della storia e delle relazioni della persona) non costituisce più una limitazione, bensì la linfa vitale che la qualifica come soggetto e gli/le permette di accedere a livelli più alti di comprensione della realtà e di razionalità come base dell’autonomia personale[23].
In ambito giuridico, c’è in gioco qui quello che per Tamar Pitch è il «superamento della contrapposizione fra “giustizia dei diritti” e giustizia dei bisogni”». Contrapposizione che altra a dirsi è tra «astrazione dei diritti e concretezza della relazione» che, sottolinea Grazia, «rischia di ossificare la “minorità” di chi ha bisogno»[24].
La questione dei diritti, senza cessare di essere una questione che rinvia all’applicazione dei principi e valori istituiti dalla nostra Costituzione, mette in gioco la soggettività come intersezione tra opportunità di crescita personale, riconoscimento di fragilità, presa in carico di responsabilità e specificità di condizioni personali e sociali. In vista della realizzazione di una società dei diritti, nell’ottica della necessità di “attivare soggettività”, la condizione delle carcerate, in modo particolare, fa suonare come un ossimoro «l’ideale della modernità, l’essere soggetto, portatore di “diritti”» in quanto espressione di libertà: «libertà di essere sé stessi». E se è vero che l’ossimoro vale anche «per gli uomini dietro le sbarre», tanto più vale per le donne, che di questa libertà non hanno mai goduto e che solo da poco hanno cominciato a guadagnarsela con fatica[25].
Grazia ci lascia una preziosa legenda che va compresa e agita nella sua sostanziale indicazione di senso. Preziosa anche perché strutturate su contenuti raccolti nel rispetto di una metodica rigorosa e riconosciuta: la “metodica della ricerca qualitativa”, in accordo «con la metodologia della Grounded Theory e della sua applicazione all’approccio biografico, individuando per ogni area di contenuti categorie di variabili e relative dimensioni»[26]. In virtù di ciò, la realtà appare nella sua singolare nudità umana e relazionale e nello specifico dell’habitat carcerario. Grazia esorta a proseguire gli studi per poter in primo luogo portare avanti, con determinazione e provvisti di un bagaglio significativo di conoscenze, le «battaglie attuali “dentro”, per il diritto alla affettività, alla sessualità, per i diritti delle madri detenute e dei loro bambini piccoli»[27]. Grazia è morta in trincea, in combattimento per difendere gli attacchi che alla civiltà giuridica è venuta più di recente dal Ddl sicurezza (poi trasformato in decreto ed infine convertito in Legge 9 giugno 2025, n. 80).
Mentre ancora non sapeva che il gelido Acheronte stava per lambire le sue membra, Grazia lanciava la Campagna Madri fuori: campagna coraggiosa spesa sul diritto di nascere in libertà. Il 21 Aprile 2023, Susanna, Grazia, Serena, Sarah e Giulia lanciavano un appello sulle pagine de La Società della Ragione: un appello che resta ancor più vivo adesso che Grazia non è più con noi e che quella volontà di legge è divenuta legge e che sempre suona come un vessillo della libertà, che è initium, “natalità”:
L’aggressione ai diritti delle madri detenute è rivolta a tutte le donne; a sua volta è la punta di diamante contro l’idea di pena finalizzata al reinserimento sociale (secondo Costituzione); in ultimo è un attacco a un’idea di società inclusiva, tollerante, rispettosa e accogliente delle differenze. Sono le parole sopra riportate di alcune detenute la risposta più chiara a chi vorrebbe negarle come madri. Con semplicità ci parlano di come la “doppia colpa” pesi su di loro come doppia e ingiusta pena. Con dignità e profondità di pensiero respingono gli stereotipi.[28]
Con questo appello e gridando «no al carcere per le donne incinte. Campagna madri fuori dallo stigma e dal carcere insieme a loro bambini e bambini», Grazia ci ha lasciato cantando l’inno della “natalità”, direbbe Hannah Arendt, che nel “nascere” ha riposto una categoria di senso e di esperienza fenomenologica a cui possiamo appellarci ora e sempre, rendendo il messaggio di libertà come Arendt ci consegna, reinterpretando Agostino con l’espressione: Initium ut esset homo creatus est.
Ciao Grazia.
Riferimenti bibliografici
Boccia, M. L., Zuffa, G., L’eclissi della madre. Fecondazione artificiale, tecniche, fantasie e norme, Nuove Pratiche Editrice, Milano, 1998, p. 170.
Borges, J. L., Delia Elena San Marco, in L’artefice, Adelphi, Milano, 1999, p. 40.
Ronconi, S., Zuffa, G., Recluse. Lo sguardo della differenza femminile sul carcere, Ediesse, Roma, 2014 (II ed. 2023).
Ronconi, S., Zuffa, G., La prigione delle donne: idee e pratiche per i diritti, Ediesse, Roma, 2020.
Touraine, A., Il mondo è delle donne, Il Saggiatore, Milano, 2021.
[1] J. L. Borges, Delia Elena San Marco, in L’artefice, Adelphi, Milano, 1999, p. 40.
[2] Ibid.
[3] G. Zuffa, Recluse. Lo sguardo della differenza femminile sul carcere, Ediesse, Roma, 2014 (II ed. 2023).
[4] “L’Associazione ha come finalità lo studio, la ricerca e la sensibilizzazione culturale sul tema dei diritti dei cittadini e delle cittadine e della valorizzazione della soggettività dei singoli e delle singole, della promozione di diritto penale minimo e mite, di una giustizia guidata da principi umanitari”.
[5] Ivi, p. 239.
[6] Ibid.
[7] Ivi, p. 185.
[8] Ibid.
[9] Ibid.
[10] Ibid.
[11] Ivi, p. 185.
[12] Ivi, p 176.
[13] Ibid.
[14] A Touraine, Il mondo è delle donne, Il Saggiatore, Milano, 2021, p. 77.
[15] S. Ronconi, G. Zuffa, La prigione delle donne: idee e pratiche per i diritti, Ediesse, Roma, 2020.
[16] Ivi, p. 11.
[17] Ibid.
[18] Ivi, p. 75.
[19] M. L. Boccia, G. Zuffa, L’eclissi della madre. Fecondazione artificiale, tecniche, fantasie e norme, Nuove Pratiche Editrice, Milano, 1998, p. 170.
[20] S. Ronconi, G. Zuffa, La prigione, cit., p. 11.
[21] Ivi, p. 252.
[22] Ivi, p. 255.
[23] Ibid.
[24] Ivi, p. 253.
[25] Ivi, p. 76.
[26] S. Ronconi, G. Zuffa, Recluse, cit., p. 279.
[27] S. Ronconi, G. Zuffa, La prigione, cit., p. 77.
[28] Il testo integrale dell’appello si trova sul sito de La società della ragione, al link https://www.societadellaragione.it/campagne/carcere-campagne/affettivita/madri-fuori-dallo-stigma-e-dal-carcere-con-i-loro-bambini-e-bambine/

