La Società della Ragione lancia un appello al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella chiedendo il rinvio alle Camere della legge di conversione del decreto sicurezza 2026.
Non si tratta, secondo l’associazione, di un passaggio ordinario. Il provvedimento arriva infatti al termine di un iter segnato dall’ennesimo ricorso alla decretazione d’urgenza e alla fiducia, ma soprattutto da un paradosso istituzionale: approvare una legge già attraversata da rilievi di incostituzionalità, annunciando contestualmente un nuovo decreto per correggerla. Un decreto per aggiustare la legge di conversione di un altro decreto.
Al centro dell’appello vi è il rischio di una trasformazione profonda dell’idea stessa di sicurezza pubblica. Il decreto consolida una traiettoria fondata su strumenti amministrativi e preventivi — daspo urbani, fogli di via, obblighi, divieti, zone rosse, sanzioni — che incidono sui diritti fondamentali attraverso misure apparentemente meno gravi del diritto penale, ma in realtà caratterizzate da ampia discrezionalità, debole controllo giurisdizionale e forte centralità del potere esecutivo.
“Chiediamo al Presidente della Repubblica di non promulgare questa legge e di rinviarla alle Camere”, dichiara Giulia Melani, Presidente de la Società della Ragione. “Siamo di fronte a un provvedimento che non si limita a intervenire su singole fattispecie, ma costruisce un impianto coerente di compressione preventiva dei diritti. Si allarga il campo della pericolosità presunta, si rafforzano i poteri discrezionali di prefetti e questori, si colpisce il diritto di manifestare e si introducono strumenti che rischiano di trasformare la partecipazione democratica in indizio di sospetto”.
Particolarmente gravi, per la Società della Ragione, sono le norme che riguardano le carceri e il diritto di manifestazione. L’introduzione degli agenti sotto copertura negli istituti penitenziari rischia di aumentare opacità, tensioni e cultura del sospetto in un sistema già segnato da sovraffollamento, suicidi, conflitti e carenza di garanzie. A ciò si affiancano misure che incidono direttamente sull’esercizio delle libertà costituzionali, come il divieto di partecipazione a riunioni o assembramenti in luogo pubblico, il fermo preventivo e l’equiparazione dell’omesso preavviso al questore per riunioni in luogo pubblico o aperto al pubblico.
“Dopo il daspo urbano come strumento di esclusione sociale, rischiamo di trovarci davanti a un daspo dall’esercizio dei diritti”, prosegue Melani. “È un salto di qualità pericoloso: non si puniscono fatti, si prevengono comportamenti presunti; non si rafforzano le garanzie, si moltiplicano divieti e poteri amministrativi; non si affrontano i conflitti sociali, li si neutralizza con strumenti di controllo”.
La Società della Ragione sottolinea inoltre come l’impianto del decreto sposti l’equilibrio tra sicurezza e libertà fuori dal perimetro costituzionale, trasformando il diritto penale e amministrativo in strumenti di propaganda e governo del dissenso.
“Il Presidente della Repubblica è garante della Costituzione”, conclude Giulia Melani. “Per questo gli chiediamo un atto forte: rinviare la legge alle Camere. Non per aprire un conflitto istituzionale, ma per difendere il Parlamento, le libertà costituzionali e lo Stato di diritto da una deriva che considera il sospetto più importante delle garanzie”.
Presidente, non firmi.

