PRESIDENTE NON FIRMI!
Appello al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella per il rinvio alle Camere della Legge di conversione del decreto sicurezza 2026.
Oggi alla Camera dei deputati sarà inopinatamente approvata la legge di conversione del decreto sicurezza 2026. Non è un passaggio ordinario: è l’affermazione di un metodo e di un impianto che mettono in discussione principi fondamentali dell’assetto costituzionale.
Per la prima volta in modo così esplicito si legittima una sgrammaticatura istituzionale: si approva una legge già segnata da rilievi di incostituzionalità — emersi anche nel confronto con il Quirinale sulla norma relativa agli incentivi agli avvocati nei procedimenti di rimpatrio — annunciando contemporaneamente un nuovo decreto per correggerla. Un decreto per aggiustare una legge di conversione di un altro decreto. Prima l’esecutivo forza per l’ennesima volta la mano, poi si promette di rimediare.
Ma è il contenuto a rendere questo passaggio ancora più grave. Il decreto consolida una traiettoria precisa che la costituzionalista Alessandra Algostino ha definito con chiarezza: l’amministrativizzazione della sicurezza. Un sistema fatto di daspo urbani, fogli di via, obblighi, divieti, zone rosse, sanzioni, che incide sui diritti fondamentali attraverso strumenti apparentemente più “leggeri” del diritto penale, ma in realtà fondati sul sospetto, sull’alta discrezionalità e in mano al Potere Esecutivo, con un controllo giurisdizionale debole o differito. Si estendono categorie come la pericolosità sociale, si introducono forme di esclusione e di “confino” per persone e territori, si ampliano i poteri di prefetti e questori. Non si puniscono fatti: si colpiscono comportamenti futuri e presunti.
Dentro questo quadro si collocano norme gravissime. L’introduzione degli agenti sotto copertura nelle carceri interviene su un sistema già al limite. Come hanno denunciato Franco Corleone e Stefano Anastasia, si tratta di una scelta che rischia di agire come un detonatore dentro istituti penitenziari attraversati da tensioni profonde, introducendo opacità, cultura del sospetto e ulteriori squilibri in un contesto che avrebbe bisogno esattamente del contrario: garanzie, trasparenza, diritti.
Ancora più netto è l’attacco al diritto di manifestare. L’articolo 10 — divieto di partecipazione a riunioni o assembramenti in luogo pubblico — consente di escludere persone dall’esercizio di una libertà fondamentale. Non è una misura marginale: è un dispositivo che colpisce il cuore della partecipazione democratica.
Come è stato osservato, si realizza un duplice slittamento: la partecipazione a manifestazioni diventa indizio di pericolosità e, al tempo stesso, i diritti vengono compressi in modo selettivo, su base discrezionale. Dopo il daspo urbano come strumento di esclusione sociale, arriva il daspo dall’esercizio dei diritti.
A questo si aggiungono misure come il fermo preventivo, già collocate su un “crinale costituzionalmente molto sensibile”, che incidono direttamente sulla libertà personale in un quadro normativo segnato da indeterminatezza.
Oppure l’equiparazione dell’omesso preavviso al questore di riunioni in luogo pubblico (una piazza) o aperto al pubblico (un teatro) che travolge il senso dell’art. 17 della Costituzione laddove prevede il preavviso solo per riunioni in luogo pubblico, le quali possono essere vietate soltanto per comprovati motivi di sicurezza e di incolumità pubblica. Nascosta dietro la depenalizzazione si cela una assurda sanzione fino a 10.000 euro, che sembra voler far dipendere dal censo il diritto di manifestazione.
Non si tratta di singole norme. È un impianto coerente che sposta l’equilibrio tra sicurezza e libertà fuori dal perimetro costituzionale. Promulgare questa legge significherebbe accettare tutto questo. Un metodo che normalizza non solo un iter in cui il potere esecutivo prima legifera e poi a suon di fiducia costringe il Parlamento a ratificare, ma anche l’approvazione – a soli fini di propaganda – di leggi incostituzionali da correggere ex post. Un merito, che comprime diritti fondamentali attraverso strumenti discrezionali e preventivi che si fanno beffe dei principi costituzionali.
Presidente, non firmi!

