L’inchiesta che coinvolge Nicola Cocco e le altre mediche e gli altri medici per i certificati di inidoneità al trattenimento nei CPR racconta qualcosa che conosciamo bene: nelle istituzioni totali alla medicina si chiede troppo spesso di farsi ancella della custodia e del controllo. Quando un medico esercita fino in fondo e in autonomia il proprio mandato, dalla parte della salute e della persona, quella stessa autonomia diventa un problema. Siamo sbigottiti dall’ipotesi accusatoria, che pare ricalcare teoremi più che prove sostanziali, configurando l’ennesimo tentativo di criminalizzazione del dissenso
I CPR sono luoghi patogeni. Lo dimostrano dolorosamente i suicidi, i tentativi di suicidio, gli atti di autolesionismo, le denunce e le testimonianze che continuano a uscire da luoghi costruiti per essere sottratti allo sguardo pubblico. Non sono incidenti né anomalie. È il trattenimento stesso, con la privazione della libertà, l’incertezza, le condizioni materiali e la sospensione del proprio futuro, a produrre e aggravare la sofferenza.
Di fronte a tutto questo, certificare che una persona non può essere trattenuta in un CPR non è una colpa: è svolgere la propria funzione di cura, è fare il medico. Semmai dovremmo interrogarci su chi quella funzione ha rinunciato a esercitarla, asseverando burocraticamente e meccanicamente l’idoneità al trattenimento anche per persone che poi dai CPR non sono uscite vive.
Come Società della ragione, intravedendo rischi concreti nelle previsioni del Nuovo Patto Europeo su Migrazioni e Asilo, avevamo aderito all’”Appello del mondo sanitario e civile contro la securitizzazione della cura”, convinti che le valutazioni sanitarie dovessero essere tese a garantire le cure e non piegate ad altre esigenze. Ribadiamo ancora e con forza questo principio.
I CPR devono essere chiusi. E, in ogni altra istituzione totale, i medici devono poter svolgere in piena autonomia la propria funzione di cura, senza subordinarla alle esigenze della custodia e del controllo. Siamo con Nicola Cocco e con le altre mediche e gli altri medici coinvolti nell’inchiesta. A loro va tutta la nostra solidarietà.

