Sabato 6 giugno, a Napoli, nella sede dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Palazzo Serra di Cassano, si è svolto l’incontro nazionale “Per una svolta garantista nella giustizia penale. Mobilitiamoci!”, promosso da Volere la Luna in collaborazione con Associazione Giuristi Democratici, Associazione Giuseppe Borrè e Carlo Verardi, Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione e Magistratura democratica.
Al centro dell’iniziativa vi è stata la necessità di ricostruire una cultura garantista capace di opporsi alla lunga stagione securitaria che ha segnato la giustizia penale italiana. Una stagione fatta di decretazione d’urgenza, nuovi reati, aggravamenti di pena, doppio binario, criminalizzazione della marginalità e progressiva rimozione del carcere dal dibattito pubblico come questione democratica.
In questo quadro, l’intervento di Franco Corleone, per la Società della Ragione, ha rimesso al centro due parole oggi quasi impronunciabili nel discorso politico: garantismo e amnistia.
Corleone ha ricordato come la Repubblica abbia conosciuto per decenni l’uso ordinario degli strumenti di clemenza, non come cedimento all’illegalità ma come parte dell’equilibrio costituzionale del sistema penale. La riforma del 1992, innalzando il quorum necessario per amnistia e indulto, ha di fatto chiuso quella stagione, consegnando il sistema a una forma di astinenza totale dopo anni in cui la clemenza aveva funzionato da valvola di riequilibrio. Da allora, l’eccezione dell’indulto del 2006 è rimasta isolata, mentre il carcere ha continuato a riempirsi e la politica ha progressivamente smesso di assumersi la responsabilità di intervenire.
Per Corleone, però, l’amnistia non può essere invocata come gesto episodico o emergenziale. Deve essere collocata dentro un pacchetto coerente di riforme: numero chiuso negli istituti penitenziari, case di reinserimento sociale, interventi sui liberi sospesi, superamento delle case lavoro e piena valorizzazione delle misure alternative. Solo dentro questa prospettiva l’amnistia e l’indulto possono tornare a essere strumenti costituzionali per riportare il carcere alla sua funzione di extrema ratio e per affrontare quella detenzione sociale che oggi pesa sulle persone più fragili.
Il ragionamento di Corleone si è inserito in una discussione ampia, aperta e necessaria. Livio Pepino, che ha coordinato l’incontro, ha richiamato la necessità di ricostruire un terreno comune tra giuristi, associazioni e società civile, superando frammentazioni professionali e appartenenze separate. Le garanzie, ha sottolineato, non possono essere ridotte alla sola dimensione processuale: riguardano la cultura degli operatori del diritto, le scelte legislative, il rapporto tra giurisdizione e potere politico.
La relazione introduttiva di Antonio Cavaliere ha collocato la crisi della giustizia penale dentro la persistenza dell’impianto del Codice Rocco e dentro l’espansione continua del diritto penale. Nuove incriminazioni, aumenti di pena e logiche emergenziali hanno prodotto un sistema selettivo, che continua a colpire soprattutto povertà, immigrazione, droghe e marginalità.
Emanuele De Franco, per Magistratura democratica, ha analizzato il ricorso crescente alla decretazione d’urgenza in materia penale, mostrando come i pacchetti sicurezza abbiano trasformato il diritto penale in strumento ordinario di governo del conflitto sociale: contro l’attivismo climatico, le proteste studentesche, le marginalità urbane e il dissenso negli istituti penitenziari.
Gli interventi successivi hanno affrontato alcuni nodi decisivi della crisi garantista. Margherita D’Andrea, per Giuristi democratici, ha ragionato sulla disciplina dell’immigrazione e sulla produzione normativa di irregolarità e vulnerabilità. Maria Pia Scarciglia, per Antigone, ha riportato il tema delle droghe dentro la concretezza del sistema penale e penitenziario, indicando la depenalizzazione delle droghe leggere come passaggio necessario per ridurre l’impatto repressivo della legislazione sulle sostanze. Nello Rossi, direttore di Questione giustizia, ha affrontato il tema delle impugnazioni e del ragionevole dubbio, richiamando il valore delle garanzie anche nelle fasi successive al primo grado di giudizio.
Nella sessione conclusiva, dedicata al “che fare?”, sono intervenute diverse associazioni e realtà impegnate sui temi della giustizia, del carcere, dei diritti e della salute: Antigone, ASGI, Camera penale di Napoli, Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Napoli, Forum Droghe, Psichiatria democratica, Rete Resistenza Legale, Volere la Luna e altri interventi liberi.
Da Napoli emerge un’indicazione netta: non basta denunciare il sovraffollamento carcerario o criticare l’ennesimo decreto sicurezza. Occorre ricostruire un pensiero riformatore capace di parlare alla società e alla politica, senza subalternità alla retorica della certezza della pena e della paura. Un garantismo costituzionale non può valere solo per alcuni: deve valere per chi manifesta, per chi migra, per chi usa sostanze, per chi vive ai margini, per chi è detenuto, per chi si trova davanti alla forza dello Stato.
Per la Società della Ragione, la sfida è proprio questa: rimettere insieme le battaglie contro la detenzione sociale, per la riforma del carcere, per la depenalizzazione, per la riduzione del danno, per il diritto alla salute e per una giustizia penale finalmente conforme alla Costituzione.
L’intervento di Franco Corleone ha ricordato che senza coraggio politico non si esce dall’emergenza permanente. E che parole come clemenza, amnistia, garantismo e reinserimento sociale non appartengono al passato: sono strumenti indispensabili per costruire una giustizia meno vendicativa e più costituzionale.

