Nella notte tra il 15 e il 16 febbraio del 1926 Piero Gobetti morì a Parigi dove era arrivato pochi giorni prima per continuare a fare l’editore, mestiere che gli era stato proibito in Italia con un ordine prefettizio. Era stato ricoverato in una clinica per un improvviso aggravamento delle condizioni fisiche, circondato da pochi amici: scompariva una figura poliedrica di intellettuale, politico, polemista, critico letterario, teatrale e d’arte, traduttore. Il fascino della sua figura non si attenua nel tempo anche per la sua breve esistenza, infatti avrebbe compiuto venticinque anni dopo pochi mesi e i “gobettiani” si sono incarnati in diverse generazioni.
Il rischio degli anniversari è di ridursi a celebrazione retorica o a appropriazioni indebite, facendo dire all’eroe il contrario delle parole pronunciate e dei pensieri reali. Questo con Gobetti non può accadere per la radicalità delle sue posizioni. Sono particolarmente contento che mercoledì scorso nella sala stampa di Montecitorio per iniziativa dei deputati Giachetti e Della Vedova si sia realizzato un incontro non rituale e un approfondimento politico e culturale tra chi scrive e Paolo Di Paolo, scrittore e storico di valore. È fondamentale il legame tra politica e cultura, binomio che sarà ripreso da Norberto Bobbio e che oggi appare quasi lunare, visto lo stato comatoso dell’una e dell’altra.
Gobetti realizza questo modello ideale fondando e dirigendo tre riviste Energie Nove, La Rivoluzione Liberale, Il Baretti, la prima da liceale e la terza con un carattere preminentemente letterario; è la seconda a rappresentare il fulcro della sua identità di protagonista di una lotta prometeica contro il fascismo. Quando Giuseppe Prezzolini scrive un contributo intitolato “La società degli Apoti”, prefigurando un atteggiamento di disimpegno, la risposta è immediata e tagliente con un articolo intitolato “Difendere la Rivoluzione” nell’ottobre 1922 in cui Gobetti annuncia che di fronte a un fascismo che abolisse il diritto di voto e di stampa «formeremo bene non la Congregazione degli Apoti, ma la compagnia della morte». Nel novembre torna sul punto con “Elogio della ghigliottina” chiarendo che c’è un solo valore incrollabile al mondo, l’intransigenza.
Aggiunge che «Il fascismo in Italia è una catastrofe» e rappresenta l’autobiografia della nazione. Lancia la sfida al regime perché manifesti la sua natura violenta in modo che si esprima per reazione la lotta politica come valore assoluto, il conflitto come motore della storia.
«La rivoluzione fascista non è una rivoluzione ma il colpo di stato compiuto da una oligarchia mediante l’umiliazione di ogni serietà e coscienza politica, con allegria studentesca». La cosa straordinaria è che il giovane intellettuale torinese fu tra i pochi a capire immediatamente la novità del fenomeno del fascismo e la personalità inquietante di Mussolini rispetto alla confusione di tanti politici che sognavano di ricondurre l’eversione nell’alveo statutario e si attardavano in vani e ridicoli tentativi di collaborazionismo e di manovre tattiche perdenti. C’è un politico che si distingue e come Gobetti capisce e si espone senza paura. È Giacomo Matteotti, socialista riformista che si definisce rivoluzionario e che odia propaganda e demagogia. Studia i bilanci, quello dello Stato e quelli delle cooperative e ama cifre e fatti. Tocca a lui nel 1921 denunciare le sistematiche violenze fasciste contro le sedi dei partiti e delle case del popolo.
Contemporaneamente Gobetti si cimenta con la costruzione di una casa editrice che ha come motto la frase alfieriana in greco “Che ho a che fare io con gli schiavi?”, un ovale disegnato da Felice Casorati (per saperne di più si può leggere il libro Piero Gobetti editore. Il logo ritrovato, Edizioni Menabò, 2021) e in pochi anni vengono pubblicati 114 volumi significativi e con uno spazio rilevante per l’arte, la poesia e la narrativa che confermano la straordinaria autorevolezza di un giovane non solo nei confronti dei coetanei ma anche di personalità come Gaetano Salvemini, Luigi Sturzo, Giovanni Amendola, Luigi Einaudi, Benedetto Croce. È impressionante ricordare alcuni nomi degli autori pubblicati: da Mario Missiroli a Giovanni Stuart Mill, da Guido Dorso a Adriano Tilgher, da Francesco Ruffini a Luigi Salvatorelli da Alessandro Passerin D’Entreves a Giacomo Debenedetti.
Due segnalazioni meritano una citazione particolare, quella di Ossi di seppia di Eugenio Montale e Italia barbara di Curzio Malaparte Suckert con una nota dell’editore con la quale presenta al suo pubblico «Il libro di un nemico. Coi nemici si vuole essere generosi: qui poi Curzio Suckert ci aiuta a combatterlo. Mi piace essere settario-intransigente, non settario-filisteo. Ho giurato di non rinunciare mai a capire né ad essere curioso. Curzio Suckert dunque è la più forte penna del fascismo: io non gli farò l’oltraggio di confutarlo. Confutare immagini, opporre politica a variopinta fantasia e a stile pittoresco non è di mio gusto. Il mio antifascismo non combatte mulini a vento. Gli spiriti bizzarri amo lasciar sbizzarrire e anche della loro faziosa toscana letteratura, quando è letteratura, applaudirli. Sono oppositore: né melanconico, né pedante». Queste parole, quasi un manifesto, sono del 1926.
Non si può dimenticare il rapporto di stima e di amicizia con Antonio Gramsci a cui dedica un ritratto premonitore nel momento dell’elezione a deputato. Gramsci aveva riconosciuto in Gobetti «un organizzatore di cultura di straordinario valore» e si era realizzata la sua collaborazione come critico teatrale su L’Ordine nuovo.
Veniamo al clou. Il 10 giugno 1924 Giacomo Matteotti viene assassinato da una banda capitanata da Amerigo Dumini al servizio del ministero dell’interno (l’approfondimento si trova nel volume 10 giugno 1924. Il fascismo uccide la democrazia, Edizioni Menabò, 2024) e Gobetti il 17 giugno pubblica su Rivoluzione Liberale un corsivo con un attacco al fascismo che «col cinismo della guerra civile aveva voluto eliminare il capo di uno Stato Maggiore». Il 1° luglio Gobetti pubblicò un numero speciale dedicato alla vita e alle opere di Giacomo Matteotti e il saggio colpi molti lettori e in particolare Carlo Rosselli che scrisse immediatamente: «Il tuo articolo mi ha commosso profondamente. È un miracolo di penetrazione psicologica e il più bel monumento alla memoria di Matteotti. Bisogna fare migliaia di opuscoli popolari. Unisco £ 100 come prima offerta». Un esempio della nobiltà della politica! Il volumetto fu stampato subito e vendette settemila copie e durante la Resistenza vide molte edizioni come segno di continuità ideale.
L’elemento di straordinaria attualità è la battaglia di Piero Gobetti a favore della legge proporzionale, per dare al Paese un sistema che garantisca la rappresentanza e che permetta di manifestare più liberamente e più sinceramente la propria volontà e per spingere alla serietà etica e politica. Ecco la testuale motivazione per un governo di coalizione dei partiti.
«La critica alla proporzionale, perché non rende possibile un governo di maggioranza, è futurista. Dove prevale senza incertezze una maggioranza si ha nient’altro che un’oligarchia larvata.
La vita moderna si nutre di antitesi e di contrasti non riducibili a schemi; i blocchi e le concentrazioni sono il sistema del semplicismo in cerca di unanimità; la logica della vita politica si riposa nella varietà e nel dissenso».
Cento anni dopo gli eredi del fascismo sono al potere con una sete di vendetta e una voglia matta di riscrivere la storia. Per questo stanno immaginando una riedizione della legge Acerbo prevedendo un premio alla minoranza per darle una maggioranza dei seggi al fine di controllare tutte le istituzioni. Si preannuncia un colpo di stato nella sottovalutazione irresponsabile delle maggiori forze di opposizione; nel 1953 per una proposta che dava un premio di maggioranza alla coalizione che avesse superato il 50% dei voti, si scatenò l’inferno e la cosiddetta “legge truffa” non passò.
Il principio della religione della libertà, affermato da Piero Gobetti può rappresentare la bandiera di una lotta per la democrazia in questi anni torbidi.
[Articolo di Franco Corleone su l’Unità del 14 febbraio 2026]

