Finalmente una buona notizia! E ne avevamo decisamente bisogno. In Francia è stata ritirata la proposta di legge Yadan che propone un ampliamento del reato di apologia del terrorismo, anche in forme «implicite» (sic!). A ciò hanno certo contribuito le forti proteste a livello politico e sociale e le 700.000 firme raccolte su di una petizione che ne denunciava gli intenti repressivi e liberticidi e l’ostruzionismo di La France Insoumise.
In realtà di tratta di una mezza buona notizia, poiché i parlamentari macronisti hanno già dichiarato che un disegno di legge simile sarà presentato dal governo a giugno.
A voler essere pessimisti – come un esame obiettivo di ciò che sta succedendo nel mondo purtroppo impone – è forse un quarto di buona notizia, giacché non vi è stato bisogno dell’esistenza di tale legge perché nei giorni scorsi un’eurodeputata di La France Insoumise, Rima Hassan, venisse prima intercettata e seguita nei suoi spostamenti dalla polizia per ben tre mesi e infine arrestata e trattenuta per un giorno sulla base di una denuncia contro di lei avanzata da organizzazioni ebraiche e di estrema destra appunto per “apologia di terrorismo”.
In effetti, lo Stato di polizia globale avanza con determinazione, giorno dopo giorno, per colpire dissidenti, operatori umanitari, politici di opposizione, attivisti. Gli strumenti sono i soliti: leggi speciali, decreti “sicurezza”, norme “antiterrorismo”, politiche sull’immigrazione, riforme della giustizia, nuove misure penitenziarie, ampliamento delle prerogative di intelligence e di addetti all’ordine pubblico, scudi penali per i corpi di polizia. Strumenti resi più pervasivi non solo dall’uso dispiegato delle nuove tecnologie di controllo e sorveglianza, ma da nuovi e rinnovati pretesti, in particolare quello del contrasto dell’antisemitismo, che si affianca al sempreverde ombrello della “lotta al terrorismo”, che tutto giustifica e assolve, a partire proprio dal terrorismo stesso, però di Stato e su larga scala, come quello praticato da Israele nell’intero Medio Oriente a suon di omicidi extragiudiziali e di stragi di massa di civili e dagli Stati Uniti, da ultimo in Venezuela oltre che in Iran.
Fatto sta che sono quotidiane le cronache dell’erosione di ogni spazio democratico, della repressione pretestuosa e preventiva di ogni dissenso. Per essere arrestati, fermati, processati, malmenati, denigrati, perseguitati, in effetti, è sufficiente essere sospettati di antifascismo, di organizzazione del dissenso, di disobbedienza, di apologia o, appunto, accusati di antisemitismo.
Come è successo al palestinese Ahmad Salem, cresciuto un campo profughi di quel Libano periodicamente martoriato dai bombardamenti israeliani e richiedente asilo politico in Italia. Invece della protezione internazionale per lui è arrivato l’arresto con accuse di istigazione a delinquere e al terrorismo poiché sul suo telefono erano stati trovati video in cui si esortava alla resistenza contro il genocidio di Gaza. Pochi giorni fa, il 13 aprile, il tribunale di Campobasso lo ha condannato a quattro anni di carcere. In tanti altri casi non è neppure necessario essere imputati di un qualsivoglia reato, basta essere attivisti, com’è successo il 15 aprile a quattro giovani che uscivano dal centro sociale Pedro all’Arcella di Padova, una delle tante “zone rosse” urbane stabilite dai decreti sicurezza e dalle misure preventive di polizia: fermati e malmenati dai carabinieri e poi, dopo, naturalmente accusati di resistenza alle forze dell’ordine. La repressione di ogni dissenso, peraltro, colpisce da tempo – spesso nella distrazione generale e nell’inconsapevolezza del “metodo della rana bollita” cui siamo sottoposti da anni – anche chi protesta programmaticamente in modo pacifico e nonviolento, come ha denunciato Extinction Rebellion colpita da 400 azioni penali, deferimenti in questura, perquisizioni corporali, misure cautelari, fogli di via, denunce pretestuose. Una repressione su scala industriale, peraltro, è in corso ormai da decenni in Val di Susa contro il movimento NoTav, a opera di governi di diverso schieramento politico.
Non dovremmo, insomma, dirci sorpresi: lo Stato di polizia che stanno costruendo, mattone dopo mattone, ha avuto un lungo rodaggio e tappe progressive di cui troppi, specie nei diversi parlamenti succedutisi, hanno preferito non accorgersi.
Il “quarto di buona notizia” arrivato dalla Francia, tuttavia, potrebbe essere utile sollecito a mobilitarsi anche in un’Italia che – senza al solito grandi obiezioni di incostituzionalità da chi le leggi è chiamato ad emanare – si appresta a trasformare in legge l’ennesimo decreto “sicurezza”, per giunta alla vigilia del 25 aprile. Quando l’unica cosa sicura ed evidente è quella di un regime autoritario che sta smantellando libertà e democrazia.
Sergio Segio

