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Un anno senza Grazia.
Il tempo in cui Franco ha dovuto sperimentare tutti i ‘senza’ del tempo circolare: Natale, primavera, estate. E lo ha fatto senza arretrare di un passo dalla lotta, come quel leone che porta nel cognome. Esempio inarrivabile.
Per tutti noi, essere ‘senza’ Grazia significa essere stati privati dell’attitudine formidabile e rara con cui ha attraversato il pensiero critico: senza mai adagiarsi.
Grazia Zuffa non si è mai acconciata ai luoghi comuni, neppure della sua parte, della sinistra. Non quelli pigri, ripetuti per appartenenza; non quelli rassicuranti, che trasformano le parole (femminicidio, giustizia riparativa, solo per fare due esempi) in meri segnali di riconoscimento che smettono di interrogare la realtà.
Se alzavi il telefono per condividere alcuni disagi, trovavi la voce della intellettuale inquieta, rigorosa, che rifiuta le semplificazioni, le scorciatoie, l’idea che basti stare “dalla parte giusta” per essere nel giusto.
Per fortuna ci sono i suoi testi, con i quali scacciare la paura del senza. E c’è Franco, che non è un caso fosse suo marito.

